30/04/2003
Il libro di Iris Murdoch "Il mare, il mare" è meraviglioso. Complesso, lungo, cattivo, strabordante di idee e di personaggi. Inizia facendoti amare il co-protagonista (il vero protagonista è proprio il mare), la sua solitudine, i suoi vezzi culinari, i suoi racconti tetri sul mondo del teatro inglese. Poi il romanzo si rovescia. La grande casa in cui eravamo abituati a vedere il nostro Charles muoversi da solo si popola di strani personaggi, ex-amanti, attori gay, un giovane ragazzo dal labbro leporino, un generale a riposo con poteri paranormali. Charles cambia, non ci è più così simpatico. Il suo egocentrismo (e egotismo) esasperato, la sua psiche ossessiva, i suoi arrovellamenti che negano l'evidenza ce lo fanno apparire come un povero relitto alla deriva. E' un personaggio dei nostri tempi, prigioniero dei suoi fantasmi e incapace di raggiungere quell'armonia apparentemente ricercata.
I toni toccati dalla Murdoch sono molti, sicuramente quello speculativo, sicuramente il melodramma (come la "scena" dell'ex-amante del protagonista che scaglia rocce da un altura contro l'auto della combriccola di Charles).
A volte le pagine si dilungano nei meandri dei ragionamenti di Charles. Iris Murdoch ci mostra solo il suo punto di vista e ci fa precipitare nella stessa angoscia che tormenta il suo personaggio. Credo che l'autrice si sia accanita contro di lui, distruggendolo lentamente ai nostri occhi, rendendolo poco a poco un ridicolo vecchio che finisce i suoi giorni in una casa piena di oggetti e ricordi appartenuti a qualcun altro.
Mi sono piaciute particolarmente le riflessioni iniziali della Murdoch sul teatro, espresse per bocca di Charles. Si parla del teatro come la più bassa delle arti, dove gli attori mettono in scena la vita, ingannando se stessi e gli spettatori, questi ultimi felici di lasciarsi bagnare dall'onda emotiva che fuoriesce dal palcoscenico. Il teatro, la più bassa delle arti, ma capace di generare il più grande di tutti gli artisti, Shakespeare, dice la Murdoch.
Ci sono anche profonde e toccanti parole sul matrimonio. Non conosco bene la biografia dell'autrice, so del suo matrimonio sui generis e della sua malattia, non ho visto il film. Il suo punto di vista è ambiguo, non è chiaro se il matrimonio sia il peggiore delle trappole o una delle poche forme di difesa dalle follie del mondo. Restano però le sue "meditazioni" sincere, anche dolorose.
27/04/2003
Ho visto "Passato Prossimo" di Maria Sole Tognazzi. Non si discosta molto dai cardini dall'italian cinema manifesto:
- trentenni in crisi
- la mia vita non ha un senso
- evviva la malinconia
- famose na' scopata
Eppure non è proprio un film stile "watch and forget". Ci sono alcuni spunti spiritosi e sicuramente la regista si è divertita a tratteggiare quel mondo del cinema inteso come professione quotidiana che deve conoscere abbondantemente. Mi sembra girato molto bene, con una certa eleganza, un tripudio di movimenti di macchina (tra cui l'ormai immancabile cinepresa che gira attorno al tavolo a cui sono seduti i protagonisti) e un uso della musica intelligente.
Certo, i personaggi sono quasi unidimensionali, la storia è pressochè inesistente (giovani trentenni in villa d'infanzia che sta per essere venduta) e il film si appoggia pesantemente sul lavoro degli attori "carini" e un po' antipatici scelti da Mariasole.
Qualche anno fa uscì un film di Simona Izzo, credo si tratti di "Maniaci Sentimentali", che, pensandoci, ricorda questo della Mariasole Tognazzi (tra l'altro ci recitava Ricky Tognazzi). Comunque, nel film della Izzo - che ebbe un discreto successo - compariva ogni tanto l'edizione Adelphi di "Doppio Sogno" di Arthur Schnitzler. Questa esposizione fece si che il libro si diffondesse rapidamente e Schnitzler diventasse l'argomento più cool delle discussioni da pizzeria. Tra l'altro, anche Kubrick vide il film, lesse il libro e decise di girare "Eyes Wide Shut".
In questo film della Tognazzi, invece, ritorna più volte la voce e il nome di Nick Drake. Speriamo che si ripeta l'effetto "Doppio Sogno" e che "Pink Moon" inizi a essere suonato al posto di Alex Britti.
Mariasole Tognazzi frequentava la mia stessa scuola in provincia di Roma. Aveva uno o due anni più di me. Non la ricordo, era sempre circondata da uno stuolo di amici. Mi ricordo, però, il padre. Qualche rara volta la veniva a prendere a scuola. Non era più giovane, i capelli erano bianchi e vaporosi, si teneva un po' in disparte ed era sempre elegante. Non mi pare che nessuno andasse mai ad importunarlo, ma quando compariva ricordo che tutti gli studenti iniziavano a sussurrare "C'è Tognazzi, c'è Tognazzi".
Via Manteblog, leggo 'sto articolo di Repubblica sui tentativi frustrati di Fbi e italiani di penetrare nei segreti dei computer palmari sequestrati ai due br Galesi e Lioce qualche mese fa.
Come sottolinea Massimo, l'argomento non è banale, me ne rendo conto. Però, ancora una volta, le inesattezze e gli errori sono troppi per non farsi venire dei dubbi sulla buona fede di certi giornalisti (o sulla loro totale miseria professionale, in questo caso Claudia Fusani, autrice dell'articolo).
L'articolo apre con una sentence forte: "Paradossalmente, una "multinazionale imperialista" sta diventando la principale alleata della nuova lotta armata". Non è chiaro quale sia la multinazionale in questione. La Psion, costruttrice dei palmari sequestrati, la PGP Corporation, che sta dietro al codice originale di PGP, il software di cifratura usato per cifrare i dati, o ancora la Zenobyte, temibile multinazionale (inglese) del terrore, che produce la versione (vecchia) di PGP per Psion, ma anche, tenetevi forte, una versione di Monopoli.
L'articolo continua:
I primi perché non hanno mai ottenuto dalla Psion, l'azienda americana produttrice di palmari, gli algoritmi su cui si basano i codici sorgenti, cioè la chiavi per decrittare il programma (troppi tentativi falliti, peraltro, possono cancellare tutto). "L'inviolabilità dei sistemi è il nostro valore aggiunto - hanno spiegato i manager Usa agli inquirenti - se venisse fuori che sono penetrabili, sarebbe la nostra fine commerciale".
Prima di tutto la Psion non è americana, ma inglese, anche se, naturalmente, ha uffici in Usa e in Europa. Il resto della frase è poi puro non-sense. Che c'entra la Psion con la decrittazione dei dati cifrati con PGP? E di quali sorgenti si parla poi, del sistema operativo - Epoc - o di PGP, boh?. Quali manager hanno dichiarato quelle cose? Quelli di Psion, sembra. Ma Psion produce hardware, non software. E poi, ammettendo un refuso, PGP non ha nulla a che fare con Psion e gli algoritmi (e i sorgenti) su cui si basa PGP sono ben noti a tutti (qui un'introduzione a PGP).
L'articolo prosegue paragonando PGP a "un cancello" e la chiave privata a "un mazzo di chiavi" (potenza delle metafore) e si chiude con un'autentica minchiata:
Questo "cancello" si apre con un unico mazzo di chiavi, un codice segreto conosciuto solo da Galesi e dal sistema [...]. L'azienda produttrice è in grado di ottenere quello specialissimo mazzo di chiavi. Ufficialmente risulta che lo abbia consegnato all'Fbi. Ma ogni volta, almeno finora, il sistema ha risposto "failed", tentativo fallito.
Se l'azienda produttrice (quale, PGP, Psion ecc.?) è in grado di generare lo "specialissimo mazzo di chiavi", significa che la versione per Psion di PGP possiede una backdoor (ossia una modalità per decifrare i dati nota solo a chi ha scritto il software). Ma questo sembra sinceramente impossibile, visto che la Zenobyte ha semplicemente portato il codice originale di PGP su piattaforma Epoc e PGP è diffuso a livello planetario e (quasi) nessuno si sogna di mettere in dubbio la sua integrità.
E comunque, che vuol dire che "ufficialmente risulta che lo abbia consegnato all'FBI"? Ufficialmente per chi, che fonte ha questa notizia?
Davvero, sarebbe il caso che i grandi quotidiani nazionali e i magazine si dotassero di un proof-reader con un minimo di conoscenze informatiche (un "esperto", usando il loro vocabolario), perchè non è possibile continuare a mettere in giro notizie così smaccatamente inaccurate e potenzialmente pericolose.
25/04/2003
Discretamente triste. Stamattina pensavo che sarebbe proprio meglio smettere di lavorare e ritirarsi in una grande villa sul mare in Costa Azzurra o nel Galles.
Poche cose, molti libri, qualche amico che ti viene a trovare, del buon vino.
23/04/2003
Interessante inchiesta sui rapporti occulti tra amministrazione bush e le grandi aziende (anche italiane) che si occuperanno della ricorstruzione in Iraq. Cose già abbastanza note (Carlyle Group, Halliburton, i legami tra bush sr. e la famigla Bin Laden) ma spiegate con chiarezza e, mi pare, serietà.
Bah! E' l'espressione più pertinente che riesco a trovare circa il nuovo film (è uscito nel 2001 in realtà) di Julio Medem, "Lucía y el sexo".
Come è di moda di questi tempi, il film ha uno sviluppo narrativo intricato e salta di continuo dentro flashback e flashforward, che non si capisce se avvengano realmente o siano solo risultati dell'immaginazione del protagonista, uno scrittore, appunto, intento a scrivere un racconto.
Cercando di isolare l'intreccio, abbiamo solo dei personaggi appena abbozzati e anche molto stereotipati e una storia abbastanza banale, con qualche tocco di paranormale o qualcosa di simile. Alcune trovate sembrano fintamente poetiche oppure fatte ad arte per strappare un "ooooh" allo spettatore poco accorto o incline al romanticismo alla Liala.
Il "sexo" del film, al di là di alcune scene neanche male - grazie, soprattutto alla bellezza delle tre attrici protagoniste - dovrebbe essere, credo, il motore della vicenda. Tutti i personaggi principali sono in qualche modo vittime di una sessualità selvaggia o "di riflesso" e le loro azioni "attorno" al sesso sono sempre portatrici di qualche sventura.
Il film, leggo, è girato in digitale. Molti esterni sono girati su un'isola del Mediterraneo (Formentera) e volutamente sovraesposti. Forse Medem voleva intensificare quella sensazione di piacevole calore che ci avvolge quando si cammina nudi su una spiaggia battuta dal mare. Io ci ho visto molta videoclip-art però.
Un film noioso, dopotutto.
22/04/2003
E' strano come un blog riesca a scandire in maniera ancora più faticosa il passare delle giornate. Non scrivo nulla da quasi dieci giorni e penso, ah, dovrei scrivere qualcosa. Per chi? E soprattutto, cosa.
Ho quasi finito "Il mare, il mare" di Iris Murdoch. Ieri sera ho (ri)visto "Ultimo tango a Parigi". Non lo vedevo per intero da anni e grazie al dvd, ho potuto seguirlo in lingua originale. Brando ha una vocina sibilante che cozza con la sua stazza e la sua presenza scenica paurosa. Il film risente degli anni (oltre 30), la Schneider è imbarazzante a tratti, Bertolucci gigioneggia troppo con la cinepresa, con un sacco di dolly, carrellate, movimenti in avanti. La cosa più bella del film, oltre a Brando, sono gli interni. L'appartamento vuoto, la casa di campagna della Schneider, la stanza di Massimo Girotti, con la grande foto di Camus.
Spulciando imdb leggo che nel film recita anche Catherine Breillat nella parte di Mouchette (che credo sia la cameriera che pulisce via il sangue dal bagno). Catherine Breillat è la regista di Romance, film abbastanza interessante uscito nel '99, noto in Italia perchè ci recita Rocco Siffredi. Vedo anche che Laura Betti è accreditata come "Miss Blandish (scenes deleted)". Chissà di che si tratta.
13/04/2003
Niente, il cd dei The Kills proprio non mi muove nessuna corda. Ne hanno parlato bene sul Mucchio e anche su Musica!, ma li trovo noiosi (anche se alcune canzoni sono abbastanza arrabbiate). Pure loro sono un duo uomo/donna come i White Stripes e questo loro cd è stato registrato a Londra nello stesso studio di "Elephant". Forse dovrei ascoltarlo in qualche altro contesto, tipo in macchina.
C'è una chitarra perennemente in "loop" e 'sta voce tesa che ricorda PJ Harvey. I testi poi sembrano cretinetti, anche se non li capisco bene e non sono riuscito a trovare le lyrics in giro. Il sound è interessante, alcuni pezzi sembrano dei blues mezzi drogati e svuotati. Leggo che è stato registrato su un 8 piste, quindi il suono è molto scarno e gli arrangiamenti praticamente inesistenti. La batteria è sempre una drum machine, che è un pò come stendere un tappeto su una canzone. Continuo ad ascoltarlo però, perchè credo che sia uno di quei dischi che inizia a sussurrare qualcosa dopo un altro pò di ascolti. Vediamo...
Per essere una domenica assolata non c'è male: dopo un magnifico pollo al forno con patate, caffè e Lucky Strike ho stracciato il mio record precedente di Snake, il giochetto del mio nokia: 1995 punti alla massima velocità.
Ieri ho visto 'sto film qui. Helsinki era bellissima nel 1983, sembrava una piccola tokio popolata di macchine stile soviet. Chissà se certi baretti con le pareti gialle o rosso carminio del film esistono ancora.
11/04/2003
Sto ascoltando "Unrest", il cd di Erlend Øye, metà dei Kings of Convenience. E' essenzialmente un disco elettronico, poche piste, una batteria elettronica, due pattern e la voce, sempre un po' tremula e sussurrata. Suona molto anni 80 a volte. In definitiva nulla di speciale. Però mi piace, sarà che le canzoni del disco sono state realizzate in tante città diverse (tra cui Roma, ma anche Helsinki, Berlino, NY) con musicisti locali. I testi sono piacevoli, tante piccole note di un norvegese un po' freak in viaggio per il mondo, che prova a rimorchiarsi una ragazza del posto.
Un disco che mi piace ascoltare al mattino.
07/04/2003
Ad oggi cdflash.com ancora non mi ha fatto sapere nulla del mio ordine. Ho già inviato due comunicazioni tramite il loro sito e nessuno si è degnato di rispondermi.
E poi si lamentano che l'e-commerce in italia non funziona...
Indossavo guanti bianchi. Vivevo con mio padre e mia madre. Non ero un bambino. Avevo trentasette anni. Il mio labbro inferiore era gonfio. Indossavo guamti bianchi anche se non ero un domestico. Non suonavo in una banda. Non facevo il cameriere. Non ero un mago. Ero il custode di un museo. Un museo di oggetti significativi. Indossavo guanti bianchi per evitare danni ai novecentottantasei oggetti contenuti in quel museo. Indossavo guanti bianchi per evitare contatti diretti alle mie mani. Indossavo guanti bianchi per evitarmi la vista delle mie mani nude.
Cosi inizia "Observatory Mansion" dell'esordiente Edward Carey. Carey proviene dalla drammaturgia e si vede. Il suo romanzo è ambientato in un condominio, o forse un grande palcoscenico. I suoi bizzarri personaggi entrano ed escono di scena sbucando da porte e passaggi segreti e si muovono in vecchie stanze piene di ricordi. E parlano. Perlopiù della loro memoria, di quello che erano prima di essere inghiottiti dal tempo immobile di Observatory Mansion, Ampi Appartamenti di Alta Qualità.
L'immaginazione di Carey e' strabordante. Inventa storie, dettagli, atteggiamenti ai limiti del surreale. Difficile identificarsi con qualcuno dei personaggi. Sono tutte caricature, estremizzazioni di una qualche patologia psichica, tutti danneggiati da un passato crudele o beffardo.
Abbiamo Peter Bugg, l'uomo dai cento olezzi, che suda e piange di continuo perche' e' il suo intero corpo a piangere. Abbiamo la donna-cane, la fotografa pazza, il senzatetto che pesa gli individui della cittá. E poi uomini che vivono facendo le statue di cera in un museo disposti a farsi mozzare le mani per donarle a una statua "vera".
Il mondo gira attorno ad Observatory Mansion per i suoi abitanti. Il tempo si ingolfa, lo spazio circostante e' solo un "esterno giorno" che i personaggi si affrettano a percorrere per tornare dentro il condominio.
Il romanzo ha dei difetti però. Gli accavallamenti temporali del racconto stancano, si fa fatica a seguire i movimenti spaziali e temporali di alcuni personaggi. A volte la frammentazione dell'intreccio, soprattutto nella parte centrale, annoia.
Carey poi tenta il gioco di Marquez (a cui certe atmosfere del romanzo mi hanno fatto pensare), seminando indizi oscuri nel passato dei personaggi per poi farli riaffiorare nel presente, gettando nuova luce sui loro comportamenti e chiarendo storie lasciate a metà. In parte funziona ma Marquez è più evocativo, le sue scorribande nella memoria funzionano meglio.
Comunque un gran libro, ben tradotto - mi sembra. Una volta letto, alcuni personaggi continueranno a ritornare, come fantasmi, come succede per i "bei" libri.
05/04/2003
Ancora sul malointernet italiano.
Tre giorni fa ordino 5 cd da cdflash (L'altra, V Twin, Neil Young, Calla e Cat Power). Non avevo mai ordinato da loro, ho sempre usato amazon.com o amazon.ca per ordinare cd, solo che su entrambi i siti non riuscivo a trovare quello dei V Twin.
L'ordine va in porto quasi correttamente e mi arriva anche una mail di conferma (quasi correttamente perchè dopo aver premuto su "Conferma ordine" il sito non mi ha dato alcun rassicurante messaggio di ricezione e mi ha rispedito sulla home page).
Comunque, oggi torno sul sito e visito la pagina "I miei ordini" e accanto a ognuno dei cd ordinati trovo un "Dati di pagamento errati".
Domande:
1) come mai non mi hanno avvertito che c'erano problemi con la carta di credito. Se non avessi visitato la sezione "I miei ordini" avrei aspettato ad libitum l'arrivo dei cd?
2) visto che il cd dei L'altra risulta disponibile in 15-30 giorni (!), perchè hanno provato ad addebitare l'intera cifra tre giorni dopo l'ordine, e quindi prima dell'avvenuta spedizione (prassi normale)?
3) Perchè il loro sito si vede di schifo con Mozilla/Linux?
04/04/2003
Ieri, come tutti i giorni, sono sceso alla stazione di X dopo una giornata di lavoro. E’ una stazione ferroviaria senza personale, un binario e un altoparlante, ma si gode di una vista incantevole del lago.
In cima alle scale che portano al piano stradale, una giovane donna,
bambino al collo e uno più grande per mano, aspetta suo marito.
Si baciano, l'uomo gioca con il figlio più grande. E’ una di quelle scene quotidiane che fa piacere vedere ogni tanto. La ragazza è molto bella, ha un'aria sana.
Mentre stanno per entrare in macchina, un tale non più giovane li
apostrofa violentemente. La ragazza ha lasciato la sua macchina in una posizione che impedisce al tale di uscire dal parcheggio. Si deve essere trattato di 50, 60 secondi di attesa, perché il treno è appena arrivato e lei è scesa dall’auto nello stesso momento.
Iniziano a discutere, la ragazza non sembra volersi scusare. I due
bambini guardano la scena dall’interno dell’auto, con il naso attaccato al vetro. Il tipo anziano non demorde, la ragazza perde le staffe e gli sibila qualcosa del tipo:
- Se andasse veramente di fretta, non sarebbe ancora qui a parlare.
Allora il tipo (moglie-munito) avanza con la sua auto a bloccare lo sportello della macchina della ragazza e, fuori di se, urla:
- Ora rimaniamo qui finché non arriva la polizia.
e inizia ad armeggiare con il suo cellulare.
Intanto il marito della ragazza si gusta tutta la scena senza intervenire, con un sorrisetto tra l’ironico e il basito.
- Vediamo dove vuole arrivare
lo sento sospirare. Sembra divertito dall'atteggiamento un po' rude della moglie. Deve essere una sorpresa anche per lui.
Poi le cose degenerano. Il tizio dell'auto minaccia la giovane donna che il giorno dopo “l'avrebbe ripagata con la stessa moneta”. (Evidentemente sono due habitué della stazione, io non li avevo mai visti).
Il gioco è finito, il marito interviene. Lo avverte che se solo si fosse azzardato ad avvicinarsi alla moglie ... blah blah. Il tizio più anziano, lentamente, si ritira sempre più nella sua utilitaria (ma riesce ancora a difendersi con un bizzarro “ti do un pugno sugli occhi”). Schiuma rabbia. Il marito invece sembra calmo. Ma la macchina rimane dov'è.
La situazione è ad un impasse. La moglie, allora, sgattaiola dalla porta del passeggero, passa carponi sull'altro sedile e mette in moto. Ora sono liberi di andare.
Le due macchine partono in successione.
Io mi incammino verso casa mia, sbuffando fumo come una locomotiva.
03/04/2003
Ho terminato il nuovo libro di Paul Auster, "Il libro delle Illusioni".
Conosco Auster dall'uscita della "Trilogia di New York " e, anche se non ho letto tutta la
sua prosa, ho avuto la sensazione che nel corso degli ultimi anni abbia cercato con tenacia l'ispirazione, con risultati alterni.
Questo libro intreccia la vita di due uomini, un attore/regista del cinema muto scomparso alla fine degli anni 20 e un professore di
letteratura comparata spezzato dalla perdita della famiglia nel corso di un incidente aereo.
L'impronta del racconto e' quella della detective story con lunghe escursioni in altri territori. I piani narrativi si sovrappongono,
entrano altri testi, Chateaubriand, Hawthorne, il cinema raccontato - che
e' come descrivere un sogno.
Auster non e' mai stato uno scrittore realista, le sue storie sono guidate da bizzarri "twist of fate", da
coincidenze cui si abbocca solo per dare modo alla narrazione di proseguire.
Ma le pagine scorrono, le mille storie raccontate - e Auster e' un maestro dell'affabulazione, il migliore in circolazione - conducono verso
un solo punto, la riflessione intorno all'atto creativo. Perche' gli uomini producono arte anche sapendo che questa potrà non essere goduta, cosa li
spinge a morire per essa? Un opera d'arte non goduta esiste? O prende consistenza solo nel momento della visione di un'altro dall'autore?
Quindi un libro ambizioso, complesso e infinitamente triste, come la morte, che attraversa con circospezione quasi ogni pagina di questo romanzo.
Due parole sullo stile, misurato ma capace di improvvise sorprese. Il gioco dei racconti raccontati, delle scatole cinesi narrative è calibrato e ricamato preziosamente, Auster scrive meravigliosamente bene (fedele, mi pare, anche la traduzione).
Mi sarei aspettato delle riflessioni meno didascaliche sull'arte del cinema, sono un po' tirate via, quasi banali, ma non è facile scrivere (ancora) qualcosa di profondo sull'illusione del cinema.
Nota a margine:
I due protagonisti del libro si chiamano David Zimmer e Hector Mann. Lo Zimmermann più famoso del mondo è Bob Dylan, per cui mi aspettavo qualche riferimento occulto, ma non ne ho trovati se non una citazione di una "Montague Street", che è nominata in una delle canzoni che amo di più di Dylan, "Tangled Up in Blue". Ne parla anche il Guardian qui.
02/04/2003
If you have your son's brains dripping from your ceiling, you want it taken care of yesterday.
Sono incappato in un interessante articolo pubblicato, nel 2000 da Harper's Magazine.
C'è questo tizio in California che dopo aver visto la scena di Pulp Fiction in cui Harvei Keitel si presenta come "Mr. Wolf" e ripulisce il cervello del ragazzetto con la testa esplosa in macchina, decide di mettere su un'azienda che ripulisce le scene di crimini violenti e suicidi.
L'articolo è un distillato di puro cinismo, american-way-of-life(death) e macabro sense of humor. L'azienda ha ovviamente un sito e, da quello che dice il suo fondatore, prospera visto che, come ci insegna Michael Moore, in america muoiono circa 11.000 persone all'anno ammazzate da qualche tipo di arma da fuoco (per non parlare dei suicidi).
L'articolo non è on-line. L'ho scansionato e messo qui. Spero di non infrangere alcun copyright.
01/04/2003
Mantenere un blog non è impresa facile, devo ammetterlo. Ci sono cose che non si ha voglia di condividere con sconosciuti, ci sono cose che non meritano di essere condivise.
Mi sembra vano raccomandare ogni giorno link a notizie, siti o immagini destinate all'oblio nel giro di qualche ora.
Quasi sempre non ho ne la voglia ne l'arguzia sufficiente per commentare fatti così immani come l'aggressione all'Iraq.
Però provo a continuare, senza sapere dove andrò a parare.
Anche la lettura dei blog degli altri mi è diventata rapidamente noiosa. Mi interessa sempre meno conoscere il pensiero o i movimenti mentali di perfetti sconosciuti che immagino con gli occhi chiusi di fronte al monitor nella ricerca del "post interessante", quello che gli procurerà commenti e link da altri blog magari più famosi.
Forse i journal più piacevoli rimangono quelli di pizia e "La consistenza", non fosse che per la qualità della scrittura.