31/07/2003

Postato oggi su Jobserve, motore di ricerca per lavori IT:

Oracle 11i, i moduli di manufacturing di Oracle, INV, OM, BOM, il AR, il AP etc. PL/SQL, i rapporti 6i, le forme 6i, AIM ed i dati Model Oracle Apps.Maximus di Apps di oracolo soddisfatto per offrire a questo bordo principale superb il contratto principale del bordo basato in una citt picturesque in Italia. La conoscenza di profondit delle applicazioni che di oracolo le esecuzioni cominciano rifinire richiesta. Qualsiasi esposizione funzionale un'indennit. Chiamata Maximus - l'organizzazione per i professionisti di oracolo.

I professionisti di oracolo è fantastico.

# 6:03 PM

28/07/2003

Anytime, Neil Finn

I see a dog upon the road
Running hard to catch a cat
My car is pulling to a halt
The truck behind me doesn’t know
Everything is in the balance
Of a moment I can’t control
And your sympathetic strings
Are like the stirrings in my soul

I could go at anytime
There's nothing safe about this life
I could go at anytime

Find the meaning of the act
Remember how it goes
Every time you take the water
And you swim against the flow
The world is all around us
The days are flying past
And fear is so contagious
I’m not afraid to laugh

I could go at anytime
There’s nothing safe about this life
I could go at anytime

Anytime (come without warning)
Anytime (it could be so easy)
A walk in the park (or maybe when I’m sleeping)
Anytime (see the clouds come over)
Rain or shine (I make you so unhappy)
Lets make it right

I feel like I’m in love
With a stranger I’ll never know
Although you’re still a mystery
I’m so glad I’m not alone

I could go at anytime
There’s nothing safe about this life
Make it so easy to fly in the night
I could go at anytime
I could go at anytime

# 10:16 PM

"L'uomo che uccise Don Chischiotte" è un film che non vedremo mai. Esiste solo nella testa di Terry Gilliam e in qualche metro di pellicola impressionata nel deserto spagnolo. Del film si sono perse le tracce, la sceneggiatura ora appartiene ad una compagnia di assicurazione che ha dovuto coprire i 32 milioni di dollari andati in fumo durante la disgraziata pre-produzione del film. Sto parlando di "Lost in La Mancha", il gran documentario girato da Keith Fulton e Louis Pepe sul fallimento di portare sullo schermo, finalmente, un Don Quixote degno del romanzo di Cervantes. Il materiale girato dai due moviemaker sarebbe dovuto diventare un "making-of" da aggiungere all'edizione per DVD del film, mentre in poco tempo si è trasformato nella cronaca quotidiana della frustrazione del regista e della sua troupe. Frustazione, poi stupore e infine impotenza di fronte alla sfilza di avvenimenti nefasti che rosicchiano le radici del film, fino a farlo crollare sulla spericolata visionarietà di Gilliam.
Si sa che Gilliam è già passato per un disastro produttivo, il "Barone di Munchausen", un fiasco entrato nei libri di testo di ogni scuola di direttori di produzione. Con "L'uomo che uccise Don Chisciotte", malgrado i presupposti non proprio rassicuranti (metà del budget necessario, produzione sparpagliata in mezza Europa, attori da mettere sotto contratto a poche settimana dall'inizio delle riprese), l'impressionante forza creativa del regista sembra tenere insieme i cocci traballanti di quest'esercito male assortito.
Gilliam sprizza ottimismo, affronta notizie da KO con una risata e una battuta, la sua statura artistica sovrasta ogni ombra.
Arriva Jean Rochefort - "il" Don Quixote -, arriva Johnny Depp, un Sancho Panza fascinoso, ci sono i giganti, ci sono alcune scenografie e i costumi (bellissimi, disegnati dalla nostra Gabriella Pescucci). Rapidamente le cose prendono una piega quasi surreale: jet militari che sfrecciano sul set, un'alluvione biblica che si porta via molte delle attrezzature, Rochefort che si ammala e non può più cavalcare il suo Ronzinante. E' il panico, la troupe si sfalda, Gilliam e il suo aiuto regista cercano di fronteggiare finanziatori, malasorte, produttori, defaiance varie finchè non diventa chiaro che è impossibile proseguire.
Gli implacabili Fullton e Pepe ci mostrano la mesta inscatolatura di costumi, oggetti di scena e sogni di gloria - all'inizio del documentario, ci sono Rochefort e Depp che provano le battute, e Gilliam che gongola e si lascia scappare un "sarà un capolavoro, sarà un grande film".
E' spaventoso - alla fine - vedere Gilliam chiuso in una stanza d'albergo, spettralmente bianca, che dice "Ho perso il film, non riesco più a vederlo", lui che ha passato dieci anni della sua vita a disegnare storyboards per il film e ad immaginare giganti e mulini a vento, cavalieri stanchi e imprese eroiche.

# 3:49 PM

25/07/2003

E' uscito il Back To Mine degli Underworld.
I pezzi che ci hanno messo dentro promettono bene, tra gli altri:
LTJ Bukem, Depeche, Ali Farka Toure e Aphex Twin.

# 4:13 PM

Quando si esibisce il nemico morto
di TAHAR BEN JELLOUN

Nella tradizione musulmana ogni anima è cara ad Allah. Come lo è anche il suo involucro. Perciò il corpo del morto deve essere coperto e non deve mai essere mostrato nella sua nudità. La guerra obbedisce a leggi che presuppongono il rispetto dei principi morali. Ciò che accade in Iraq non è una vera e propria guerra. Quali che siano i crimini commessi dai figli di Saddam, quali che siano le nefandezze di cui si sono resi colpevoli durante la dittatura del padre, nessuna legge, nessuna regola consente agli americani di esporre i loro corpi, di fotografarli, di esibirli come trofei di una caccia molto speciale.

Questi trofei vengono presentati come le prove di una vittoria su un regime che non esiste più. Ma il problema è un altro. È il disprezzo mostrato dagli americani per i loro avversari; è un atteggiamento che somma errori politici e psicologici; è la sprezzante ignoranza del mondo arabo e musulmano. Perché per i musulmani la morte impone rispetto. Un proverbio dice: con la morte si estingue l'inimicizia. Come si può essere fieri di esibire i corpi di due fuggiaschi che la storia ha già condannato e che non contavano più nulla? Questa consapevole degradazione della civiltà occidentale, questa arroganza della forza che viola il diritto internazionale, questa maniera di trionfare su un cumulo di rovine e su una politica disastrosa danneggiano l'immagine dell'Occidente e dei suoi valori.

Ricordiamo tutti il corpo di Che Guevara esposto su un tavolo e dato in pasto ai fotografi e alle tv di tutto il mondo. Ricordiamo tutti i corpi crivellati di pallottole di Ceausescu e di sua moglie, buttati in un cortile dove la neve era stata lordata dall'esecuzione. Si potrebbe andare ancora indietro, all'epoca di Mussolini quando venivano esibiti i cadaveri degli uomini della resistenza, o al corpo dello stesso dittatore esposto a Piazzale Loreto. Secondo Spinoza, "l'essere è destinato a perseverare nel suo essere", cioè a non cambiare, ancorché ciò non impedisca l'evoluzione. Dunque, l'essere resta ancorato alla sua barbarie perché essa lusinga il suo egoismo e la sua virilità.

Quando si mette in mostra il cadavere del proprio nemico vuol dire che la vittoria non è certa, che il dubbio persiste e la brutalità prende il posto del pudore e dell'eleganza, due aspetti totalmente assenti nel comportamento di Bush e del suo ministro della Difesa.

Guerre, conflitti, lotte sono parti integranti della vita. Non sono sempre evitabili. Eppure si può fare la guerra salvaguardando alcuni valori umanitari. Disprezzare i sentimenti di milioni di arabi e di musulmani mostrando i corpi semicarbonizzati di Uday e di Qusay - due individui che da vivi non meritavano alcuna stima - più che un errore politico è una mancanza morale, un venir meno al rispetto che ogni essere umano deve all'anima dei suoi simili.

L'orrore è senza parole e senza suoni. Viaggia nell'aria, si posa come un velo di vergogna su quei volti senza espressione: ombre di uomini, di resti umani. Come se dei cani affamati fossero in attesa dietro gli obiettivi per divorare queste carcasse bruciacchiate, che non somigliano più a niente, che sono stati i corpi di ragazzi viziati, che hanno abusato di tutto, del potere e del resto, ma che oggi sono un cumulo di cenere. E questa orrenda cenere è fonte di fierezza e soddisfazione per il presidente dello Stato più potente del mondo. Che tristezza.

pubblicato su Repubblica, 25/07/2003


# 2:00 PM

Ora spero solo che qualche Fedayn di buona volontà metta sulla rete qualche foto di marines americani a brandelli.

# 9:42 AM

23/07/2003

Braindead. Nothing to say.

# 7:29 PM

18/07/2003

Ho appena ricevuto una mail dalla Handpring italiana che mi offre in prenotazione il nuovo Treo 600 al prezzo popolare di 899 euri. A chi interessa, sarà disponibile da settembre 2003.
Ho come l'impressione che ci stiano marciando sopra, visto che in USA il prezzo di lancio si aggirerà intorno ai 500 dollari.

# 7:21 PM

17/07/2003

Visto "Good bye, Lenin!" di Wolfgang Becker, film chiacchierato e premiato in giro per l'Europa.
Sarà stato il mio mood, decisamente malinconico, ma il film mi è piaciuto. Il plot è noto. Una donna entra in coma alla vigilia della riunificazione delle due Germanie. Attivista decorata del partito, si risveglia dopo otto mesi ed il figlio, per evitarle scosse emotive, le nasconde tutti i cambiamenti politici intercorsi nel frattempo, ricreando una piccola DDR all'interno della sua camera da letto (con tanto di tg finti e cellule di partito ricostruite).
La storia è intelligente, il film meno, è pieno di difetti, più o meno decisivi, eppure lo considero un film sincero, come il primo romanzo di uno scrittore che non riuscirà più a scrivere nulla. Per questo mi è piaciuto. Che significa "film sincero"? Esattamente non lo so neppure io. Forse è perchè il film tratta, in modo onesto appunto, sentimenti come la nostalgia e l'affetto, aprendo con grazia e senso critico un varco su un mondo (vicino, ma ormai lontanissimo) come quello dell'esperienza socialista nella Germania Est.

# 2:43 PM

15/07/2003

Ieri notte cercavo il primo libro di racconti di Raymond Carver, "Vuoi star zitta per favore". Il romanzo di Kinder che sto leggendo, nel quale uno dei due personaggi non è altro che lo scrittore "minimalista ", comprende un passo dove i coniugi Carver ricevono un pacco dall'editore contenente 10 copie del libro appena pubblicato. Dopo una vita ai limiti, di sbronze e di fallimenti morali ed economici, sembrano avercela davvero fatta. Per festeggiare si scolano dello champagne e lanciano i costosi bicchieri contro al muro, pentendosi immediatamente - "che ti credi, mica siamo i Rockfeller".
Ero sicuro di possedere quel libro, ma non l'ho trovato (maledetti traslochi).
Così oggi sul tardi mi è sfilata accanto una libreria d'angolo, in un quartiere di Roma popoloso e chiassoso. Blocco l'auto ed entro.
- Cerco "Vuoi star zitta per favore" di Raymond Carver...
- Si, Carver è qui.
La commessa si abbassa e scruta una serie di volumi.
- Sembra che non lo abbiamo, ma ho questo!
Si tratta di "Da dove sto chiamando", una ritraduzione dei racconti più famosi dello scrittore americano, reintegrati dei tagli imposti dagli editor.
Sfoglio il libro, indeciso se acquistarlo e la commessa goes, rivolta ad una collega:
- Questo Carver lo leggono soltanto i giovani.
Fa sempre piacere quando ti danno del "giovane".
Esco a mani vuote.

# 10:46 AM

14/07/2003

Il weekend si è fatto interessante. Partito per fare qualche foto, mi sono ritrovato tossicchiante su un Eurostar per Perugia. Pensavo, ecco, mi sono beccato la febbre. Invece, ero insieme a un mare di gente al concerto dei Moloko, per poi defluire fino dentro ad un fumoso, anche lui tossicchiante, locale dove si suonava funky e qualunque altra cosa suggerisse il gin.
La nottata è sfumata e sono stato svegliato al mattino da un giovane amico del Gibuti, che parlava italiano però. Mio fratello era scomparso. Pensavo che il Gibuti fosse dalle parti del Senegal e lui si è gentilmente messo le mani sulla faccia. Poi è arrivato un ragazzo di Stoccolma, ma cileno, che mi parlava spagnolo e io pensavo a quanto diavolo si debba divertire in Svezia con quei capelli e quella carnagione scura. Dissolti pure loro.
Di nuovo in treno, maledicendo l'aria condizionata e le donne che parlano al cellulare. Di nuovo a Roma, infilato in un torpedone, a guardare il paesaggio e cercando di capire come fa Chet Baker a suonare in quel modo lì.
Foto fatte: 0.

# 12:02 AM

12/07/2003

Per completezza: andato da Ikea, comprato due Absolut grosse, 24 birre svedesi, meatballs e salsine in offerta. Tornato subito a casa, onde evitare scioglimento meatballs.

# 2:57 PM

Il sabato mattina è il mio mattino preferito. Hai quasi due giorni per architettare qualcosa. Ora fumo e ascolto 'sto pezzo radiofonico dove canta anche Sting, Raise and Fall. Il mio allevamento di ragni si è estinto, non ho più nulla da mangiare. Anche le ultime gocce ghiacciate di Absolut sono andate, ieri sera mi sono dovuto attaccare al Ricard.
Potrei andare a Perugia, ma ho paura del traffico e che la mia Ka mi lasci per strada.
Ci sono i saldi a Roma, potrei vedere di comprare qualche maglietta e scarpe. Potrei anche andare da qualche parte a scattare fotografie, ma ho la motivazione sotto le scarpe.
Ho come il sospetto che rimarrò qui a sentire radio-Sting e a leggere Chuck Kinder. "Luna di Miele" mi fa ridere, che di quesi tempi non è poco.

Ieri ho sentito per radio che al Nord se irrigano, non c'è più elettricità e viceversa. 'Sta cosa mi fa incazzare, mi piacerebbe prendere a calci i verdi e le loro puttanate ambientaliste, grazie a loro siamo con le pezze al culo e l'elettricità in Italia è la più cara in Europa.

# 12:05 PM

10/07/2003

Esterno giorno, pista di skateboard: un tipo sui 20, sguardo bovino, si spara una palla nella testa. Sorride mentre preme il grilletto. Una piccola telecamera riprende tutto, inquadrando dal basso.
Così apre "Ken Park", il nuovo film di Larry Clark. Senza un briciolo di ironia, il film segue le avventure sessuali di quattro ragazzi di una Littleton - la cittadina del massacro della Columbine High School - qualunque.
C'è Shawn, che pratica sesso orale con la madre della fidanzata ("mi chiedi di fare le stesse cose che mi chiede tua figlia"). C'è Claude, tormentato da un padre white trash che gli spacca lo skate e finisce col cercare di fargli un pompino ("nessuno mi vuole bene", piagnucola il padre a culo per terra, dopo che il figlio inorridito lo ha preso a calci).
C'è Peaches, che fa sesso di gruppo, lega i propri amanti al letto, gli sputa in bocca e si deve pure sposare il padre talebano cattolico, che l'ha sorpresa down on her knees con il suo ragazzo. Infine Tate, che si masturba appeso alla maniglia della porta e dopo essere venuto accoltella i nonni ("Io ti voglio bene", implora la nonna prima di essere colpita alla gola).
Più o meno il film è questo. Molta noia, qualche spunto involontariamente divertente, una critica abusata al "sistema" americano. Se Larry Clark ha cercato di essere iconoclasta, non ci è riuscito. Se invece l'intento era quello di costruire a tavolino un film pruriginoso del quale parlare scandalizzati in qualche salotto buono, allora 10 e lode.
Gli attori sono bravi però, soprattutto i comprimari - peccato il doppiaggio.

# 2:26 PM

08/07/2003

"Quello che rimane" di Paula Fox è uno di quei libri che ti prendono all'improvviso allle spalle e ti scrollano forte, fino a farti male. Dopo lo shock, rimani lì e guardi tutte le cose con un'inclinazione diversa, certi colori perdono brillantezza, allora ti ci rifugi dentro un'altra volta, rileggendo le parti sottolineate, cercando una risposta. Che non arriva.
Viene anche difficile descrivere la trama. Sophie, una fragile donna sui quaranta, borghese, in una New York pre-zero tolerance (inizio '70), è morsa da un gatto randagio, a cui tenta di regalare un po' di affetto. Si sarà ammalata di rabbia? Non ha molta importanza sembra, forse è quello che desidera, visto che la vita è stata così "dolce" con lei. Il marito, Otto, è un avvocato tutto d'un pezzo, in rotta con il suo socio e amico Charlie, un altro fragile rottame del sogno americano. Il romanzo descrive i due giorni e le due notti che intercorrono tra il morso del gatto e l'attesa della telefonata del servizio sanitario che sancirebbe la diagnosi di rabbia della donna.
All'interno di questo intreccio di 150 pagine, Paula Fox versa così tanta energia narrativa, così tanti "significati" che ci si può immergere nelle pagine e riemergere ogni volta in un posto diverso.
La scorza del romanzo è costituita dal rapporto coniugale dei Bentwood, Sophia e Otto. Un legame fondato su rapporti di forza e su un affetto tenuto in piedi dalla consapevolezza che il mondo esterno è scosso dal vento di forze negative che è meglio lasciare fuori dalla porta. Non pare esserci neanche amore tra loro, consuetudine forse, anche se le ultime righe sembrerebbero dimostrare il contrario (ogni cosa in questo racconto, assume significati ambigui). Sophia ha tradito Otto in passato, con fredda rassegnazione, ed ora combatte contro il fantasma del suo vecchio amante, che ogni tanto, di notte, torna a tormentarla, con i suoi "cosa sarebbe successo se...".
Intervengono poi altri elementi, su tutti l'ostilità del mondo esterno verso la borghesia di cui la coppia fa parte a pieno titolo. La lurida New York della Fox appare in attesa di penetrare dalla finestra e fagocitare i Bentwood e tutto ciò che essi rappresentano. Non a caso, a mordere Sophia, è proprio un gatto della strada, ed è a causa di questo morso che la coppia sarà costretta a recarsi in un ospedale ed a confrontarsi (come altre volte nel racconto) con una realtà estranea ed avversa, dalla quale Sophie cercherà ostinatamente di sottrarsi.
Ma i significati e le tracce si moltiplicano, come tutti i grandi romanzi "Quello che rimane" è disseminato di personaggi e sottili richiami alle tortuosità della vita , nelle quali è fin troppo facile finire per identificarsi.

# 8:00 PM

06/07/2003

Qualche foto scattata nei giorni scorsi (somewhere near Mantova, Roma):

01 02 03 04 05 06
07 08 09 10 11 12

# 3:25 PM

05/07/2003

La casa di fronte ad una delle mie finestre ha improvvisamente preso a vivere. Ero sicuro fosse disabitata, invece stasera un'orda di bruti striila e strepita. Dopo aver ascoltato un pò i loro discorsi (soldi, soldi, soldi), ho deciso di zittirli con gli Yeah Yeah Yeahs A PALLA.

# 12:50 AM

03/07/2003

Notevole il nuovo film di Salvatore Piscicelli, "Alla Fine della Notte".
La trama è piuttosto lineare, un viaggio attraverso l'Italia accompagnato dai propri demoni di un regista cinematografico in crisi depressiva. Non succede molto, incontri, molti dialoghi (a volte ben scritti, altre volte esageratamente elaborati), faccia a faccia con fantasmi del passato. Ennio Fantastichini tiene buona parte del film sulla sua faccia tesa da console romano, anche se tutti gli attori di contorno sono molto "nella parte", su tutti Tony Bertorelli ed Elena Sofia Ricci (che avevo dimenticato fosse di una bellezza mozzafiato).
Di Piscicelli avevo sentito parlare bene, è il primo suo film che vedo e la regia mi è sembrata misurata, definitivamente al servizio degli attori. Qua e là infila delle scene alla "Dogma", camera a mano tremolante e rapidi campi/controcampi in piano sequenza che fanno un pò videoclip.
Mi ha colpito una battuta del film "la depressione non è sempre un male, perchè ci aiuta a non dimenticare la morte".

Tre link al film con interviste e recensioni: 1, 2 e 3.

# 6:26 PM

02/07/2003

Qualche parola sul libro di Errico Buonanno, “Piccola Serenata Notturna", incensato con ardore da Cotroneo sul suo blog.
Cotroneo ha ragione quando scrive che è un romanzo magnificamente scritto, è vero. Ha ritmo, ironia, i personaggi sono ben ritagliati, hanno un loro peso.
Anche il lavoro sul periodo storico - gli anni '20 -, con i suoi modi di parlare, comportarsi e pensare è notevole.
Soprattutto mi ha colpito la fantasia di Buonanno. E' stato capace di dare corpo a illustri figure del passato come Joyce, Freud, Breton, Marinetti e D'Annunzio, trattandoli come "veri" personaggi di un romanzo, descrivendone tic e debolezze, colorandoli di tinte vivide e forti, spargendo dettagli.
Eppure, il libro ha incominciato a diventare interessante (per me) solo dopo 200 pagine. Mi pareva di leggere un generoso esercizio di stile, la storia, per quanto divertente, non decollava.
Poi le pagine sono diventate più pensierose, più cupe, Buonanno ha smesso con quell'ironia divertita e quella fantasia al limite del surreale, che a lungo andare stanca.
Terminato il viaggio attraverso l'Europa dei futurismi, dei fascismi, delle statue umane piene di cacca, dei discorsi (calviniani?) su leggerezza e velocità - i fuochi d'artificio, insomma - si torna a Roma, dove i quattro personaggi si ritrovano a fare i conti con il proprio presente ed il proprio passato, viene a mancare tutta l'ariosità nella quale si muovevano, comincia a mancargli il respiro.
La ricerca dell'arte, dell'affermazione personale del buffo protagonista si schianta definitivamente contro la massa rassicurante e piatta, è un finale amaro che fa quasi rimpiangere la spensieratezza delle pagine iniziali.
Mi accodo all’appello di Cotroneo, “leggetelo e fatelo leggere” e chissenefrega se non è entrato nella cinquina dello Strega, se lo scrittore c’è (e mi pare proprio che ci sia), uscirà fuori comunque.
Qui e qui, interviste all'autore.

# 8:05 PM

01/07/2003

Avete mai visto dei coglioni che recitano? Io si.

# 7:22 PM

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