28/08/2003

Via fimoculous: (breve) intervista a Neal Stephenson, dove si parla anche del suo nuovo romanzo.

# 4:55 PM

26/08/2003



# 12:33 PM

25/08/2003

Ricerca di un appartamento in affitto a Napoli.
Chiamo un po' di numeri che trovo su un giornale locale.

Telefonata 1
- Buonasera, chiamo per l'appartamento in via x. Blah, blah. Mi serve per sei mesi.
- Ah, sei mesi?
- Si, ho un contratto di questa durata.
- Vede, mia moglie lo vuole affittare per un anno, ma ora dorme. Lo venga pure a vedere. Non gli diciamo nulla.
- ...ehm, ma è sicuro?
- Si, si venga...
Dopo qualche minuto
- Salve, sono il signore di prima, per l'appartamento in via x.
- Mi dica.
- Mia moglie si è svegliata e non vuole affittarlo per sei mesi.
- Capisco.
- Sa, è una questione di correttezza...
- Naturalmente.
- Buonasera.
- Buonasera.

Telefonata 2
- Buonasera, chiamo per l'appartamento in affitto in via y.
- Si (voce cavernosa e MOLTO poco rassicurante)
- Qual'è il prezzo mensile?
- 750 euro al mese.
- Ah, io volevo spendere meno, sa mi serve solo per 5 giorni a settimana.
- E quanto voleva spendere?
- Intorno ai 500.
- Va bene, 500.
- Ah, allora passo a vederlo.
- Vabbuono.

A proposito, se qualche lettore napoletano di questo blog affitta un appartamento me lo faccia sapere.

# 6:38 PM

Un tabaccaio napoletano oggi mi ha detto che le Lucky Strike non sono più in vendita in Italia "perchè fanno male". Mi ha anche detto che si è fumato tutti i pacchetti che gli rimanevano: sembra che il "ministero" le voglia ritirare tutte dal mercato.
Una buona scusa per smettere di fumare (e per chiedersi che cazzo mi sono inalato negli ultimi 15 anni).

# 4:38 PM

24/08/2003

Ho sempre sostenuto che la televisione frigge il cervello (ok, non sono il solo). Sono convinto che una drastica diminuzione all'esposizione catodica della popolazione mondiale, farebbe stare tutti meglio. A dar man forte a questa mia originalissima teoria c'è un bell'articolo del Guardian apparso a giugno. In Bhutan, mini monarchia buddista abbarbicata sui monti dell'Himalaya, la televisione è stata introdotta appena quattro anni fa. Prima di allora i butanesi si dedicavano ad attività quali la pastorizia, l'agricoltura e la preghiera. Nel 1999 il re Dragon King Jigme Singye Wangchuck, nell'ambito di un piano di modernizzazione del paese, decide di introdurre la tv via cavo (servizio reso, tra l'altro, dall'onnipresente Murdoch con la sua Star TV). Quattro anni dopo, ed il paese si ritrova con una serie di crimini mai visti in precedenza: omicidio, uso di droghe, comportamenti vandalici. Il dito accusatore (dell'establishment religioso) cade sulla TV. A pensarci, l'impatto di immagini di teste che esplodono per una pistolettata su persone che hanno difficoltà ad uccidere un insetto deve essere poco costruttivo. Oltre all'aumento della criminalità, il popolo butanese si trova anche a fare i conti con una californizzazione della loro cultura. Ragazzini che vorrebbero essere bianchi, un diverso rapporto con il sesso e via colonizzando.
L'articolo è davvero interessante, soprattutto perchè riporta rispettosamente di una cultura davvero millenaria e sconosciuta ai più.
Il Bhutan può essere raggiunto via aerea solo dalla Drukair, la compagnia aerea più piccola del mondo, con solo due apparecchi. Ma, assicurano sul sito, tutto il personale è addestrato dalla Thai Airways.

# 9:19 PM

23/08/2003

Ieri ero alla stazione centrale di Napoli. Pur dovendoci vivere per sei mesi, Napoli ed io ci guardiamo ancora con distacco. Non sopporto la sporcizia, i cattivi odori che salgono dal sottosuolo, i palazzi scalcinati. Ma so che prima o poi andremo d'accordo.
Comunque, visto che avevo terminato entrambi i libri che mi ero portato da Roma ("Vita di Pi" e "Hey Nostradamus!") mi aggiravo, occhio all'orologio, attorno a un paio di edicole all'interno della stazione. Non avevo voglia di riviste ne giornali. Il viaggio fino a Roma dura di circa due ore, quindi ero alla ricerca di qualcosa di breve e intenso con qui riempire quello spazio.
L'occhio mi cade su "31 canzoni" di Nick Hornby. Ho sempre considerato Hornby un autore un po' troppo mainstream per i miei gusti. Poi tutto quel compilare di liste di canzoni, film, ecc. che si era scatenato all'uscita del libro mi aveva infastidito. Il libro, però, mi interessava e contavo di acquistarlo prima o poi in lingua originale (lo stavo per comprare una volta a Helsinki, ma costava uno sproposito).
Mi sono divertito a leggerlo. Lo stile di Hornby, tipo conversazione attorno a una birra, è piacevole e chiaro. I suoi gusti musicali raramente incontrano i miei, ma poco importa. Ogni canzone è un pretesto per raccontare qualcosa di sè, del suo essere scrittore e uomo e, perchè no, per lanciare qualche frecciatina all'agonizzante music business.
In effetti, e credo che qualcun'altro lo abbia già scritto, "31 canzoni" sembra un blog. Ogni capitolo-canzone straborda autoreferenzialità, e non potrebbe essere altrimenti. Spesso le canzoni sono un pretesto per prendere il largo verso divagazioni e ricordi personali più o meno interessanti, sembra che Hornby abbia voluto compilare la colonna sonora di un film sulla sua esistenza.
Le sue preferenze in fatto di musica sono come la sua scrittura, gradevolmente innocue. Parla delle canzoni come di accessori decorativi della sua vita. Intendiamoci, è chiaro che Hornby abbia una passione smisurata per la musica (come l'ho invidiato quando dice che, in quanto critico del New Yorker, si trova ogni settimana nella cassetta delle lettere decine di CD). Però, da quello che scrive - e da come lo scrive - mi è sembrato che scansi la musica troppo spigolosa per inseguire soprattutto una melodia che accompagni le "scene" della sua vita.

A Roma, sono sceso dal treno e mi sono infilato in un negozio di dischi. Avrei voluto che la colonna sonora di quel momento fosse qualcosa di forte, non so il pezzo house che chiude For Somebody Else dei My Computer o qualcosa del genere. Invece mi sono dovuto accontentare di un languido pezzo cubano che usciva dagli altoparlanti del record store sotto la stazione Termini.

# 10:25 AM

20/08/2003

Douglas Coupland scrive dolcemente. Capita a volte di incontrare persone il cui tono di voce risulta ammaliante, le parole si fanno largo in profondità, anche se prive di interesse. E' il suono che conta. Si sta lì per ore ad ascoltarle e a farsi cullare, letteralmente, dalla loro voce.
Coupland possiede questo dono. Leggendo i suoi libri ci si ritrova su una barchetta portata via dalla corrente di un fiume quieto, un'esperienza sempre piacevole e gratificante, anche se la sensazione di solitudine pu togliere il fiato.
Il nuovo romanzo di Coupland, Hey Nostradamus!, però non è così. Si apre e si chiude con un fantasma.
Il primo spettro a parlare è Cheryl, 17 anni, segretamente sposata con un suo compagno di scuola, Jason ed incinta. Cheryl è morta durante un massacro scolastico stile Columbine, l'ultima ragazza ad essere uccisa prima che il silenzio cadesse sul sangue sparso nella caffetteria del liceo. E' lei che ci racconta della sparatoria, del suo buffo matrimonio da dieci minuti in una cappella di Vegas, della sua conversione e della sua fede e della rassicurante incertezza dei suoi 17 anni.
Il secondo fantasma è Jason, 10 anni dopo. Lui ci parla da vivo, tramite una specie di diario scarabocchiato bevendo caffè sul lungomare. I solchi lasciati dall'evento nella scuola hanno lasciato scorrere via tutto il succo della vita. La sua esistenza è un continuo confronto con il passato, l'oblio non è concesso.
Poi Jason scompare e l'ultima immagine è quella del vecchio, odiato padre Reg che gli scrive una lettera da inchiodare agli alberi della foresta sperando che a Jason-fantasma arrivi quel messaggio d'amore paterno, ultimo atto di una vita, quella di Reg, sprecata dietro a una fede senza amore.

Coupland teorizza un occidente abbandonato a se stesso, dove anche la ricerca di una spiritualità appare vana e dolorosamente insincera.
Nei suoi ritratti suburbani fatti di consapevoli solitudini, Coupland è persino crudele. Si accanisce nel costringere i suoi personaggi a dire "hey abbiamo un'anima anche noi, i nostri trent'anni non sono proprio da buttare via, esistiamo" per poi, appunto, trasformarli in fantasmi che inviano finti
messaggi da un aldilà a pagamento, lasciando a chi legge una malinconia neanche piccola.

# 12:18 AM

18/08/2003

"On The Beach" è uno dei più bei dischi di Neil Young. E' stato da poco pubblicato su CD per la prima volta. Ne esistevano solo copie in vinile e nastro. Sembra incredibile, ma è così.
Malgrado la prostrazione nella quale si trova nel 1974, Young crea a getto continuo. Scarta un intero album ("Homegrown"), lavora sul capolavoro nero "Tonight's the Night" (che uscirà nel '75), prepara una tournee con Crosby, Still e Nash. Tra frittelle di marijuana (le "honey slides") e strani ceffi/guru che si aggirano nel suo ranch, riesce a mettere insieme diversi musicisti per registrare le 8 canzoni di "On The Beach".
Il disco emana un'aura sinistra e affascinante. Tutti i pezzi hanno un andamento strascicato, un po' folk, un po' blues. Le sciabolate di chitarra elettrica "alla Neil Young" scompaiono dietro suoni più morbidi e acustici - è molto influenzato dal musicista britannico Bert Jansch -, quasi delle ninna nanne psichedeliche. Eppure il disco si apre con un pezzo tirato e ottimista, come "Walk On". Poi, canzone dopo canzone, il ritmo rallenta, la voce si fà più bassa, i suoni si dilatano e una specie di rilassata inquietudine si impossessa di chi ascolta.
I testi sono spesso criptici, ritornano le figure di Charles Manson, Nixon e Patricia Hearst. Young evidentemente usa la scrittura come terapia per affrontare i suoi mille demoni, compreso il rapporto fallimentare con la moglie Carrie (di cui parla in Motion Pictures).
Tutto questo per dire che il cd è nel mio lettore da giorni e faccio fatica a toglierlo.


# 4:58 PM

13/08/2003

Allora:
- Blogger è completamente fucked up. Non si riesce più a pubblicare una cippa dal 5 di agosto.
- Il mio indirizzo di posta che uso per lavoro è fucked up as well. Le mail tornano indietro.
- Tutti i link degli archivi del blog sono sballati (fucked up).
- Oggi ho cancellato per errore le foto della mia Panasonic digitale, quelle fatte a Parigi.

# 12:20 AM

10/08/2003

Anche fuori dall'Italia succedono e-casini (e neanche piccoli). Essendo a Paris e dovendo tornare a Brussels col treno da 300 km. orari (il Thalis) compro il biglietto sul sito delle ferrovie francesi. Come in Italia, dopo l'acquisto ti danno un codice da inserire in una delle macchinette alla stazione per ritirare il biglietto cartaceo.
La faccenda comincia male perchè il sistema mi assegna in automatico un posto nello scompartimento fumatori (auschwitz like). Me ne accorgo troppo tardi e pazienza, proverò a cambiare posto alla Gare du Nord.
Una volta alla stazione, mi faccio tre macchinette una dietro l'altra. Ogni volta mi viene richiesto di inserire la mia carta di credito per validare che sia la stessa usata su internet. E ogni volta mi dice che, no, non è la stessa carta (invece lo è, merde).
Mi metto in fila alla biglietteria, ma siamo in agosto a Parigi quindi la situazione è del tipo distribuzione dei viveri a Kinshasa e il mio treno supercool parte in dieci minuti.
Così caracollo dal train manager (se chiama così sul treno superkool), insomma il capotreno, il quale mi spiega che posso acquistare un biglietto nuovo lì per lì (pagando dieci euri in più del normale) e il vecchio biglietto non mi verrà accreditato.
Accetto con riserva, perchè sono SICURO che tra un mese sull'estratto conto della mia Visa ci saranno due biglietti, e non uno.
Ah, mi è stato poi spiegato che questo delle carte di credito è un baco noto del sistema di booking, pare che abbiano problemi con carte non emesse in Francia.
Almeno ora ho qualcosa da contobattere quando qualche amico francese mi parla male dell'Italia.

# 4:51 PM

09/08/2003

Sfoglio un vecchio libro di Antonio Tabucchi, "Requiem". Lo apro, leggo qualche riga e smetto. Poi riprendo. Fuori, i rumori di Parigi quasi deserta e boccheggiante assomigliano a quelli di ogni altra città.
Mi sembra di essere tornato bambino, quando d'estate aspettavo che mia nonna si svegliasse dalla siesta pomeridiana e stavo lì nella penombra ad ascoltare il suono delle auto che passavano lente.
Domani Bruxelles e poi Roma.

# 5:18 PM

06/08/2003

Leggo su FFWD di questo dischetto, "Welcome Interstate Managers" dei Fountains of Wayne, che già il titolo mi fa venire in mente strade che si perdono nel deserto dell'Arizona - effetto fata morgana, spari ai coyote di notte, ecc. - e insomma commissiono l'acquisto ad amico viaggiatore spesso in quel di Londra.
Ci incontriamo nella canicola romana, periferia dura, mi passa il cd, gli infilo i soldi nella camicia. Rientro in macchina, non la mia, una prestata.
I pezzi scorrono benissimo, grande song-writing, (quasi) ogni canzone è un potenziale hit radiofonico (vabbè, magari non qua en Italie), stile incerto, un po' di country alla Gram Parson, un po' di Blur, davvero un bel dischetto tutto considerato. Uno di quei dischi che piano piano impari a conoscere le canzoni, come una scatola di cioccolatini che non finisce mai, e prendi quello rosso e poi quello giallo.
Il mio pezzo preferito è "Hackensack", ma anche "Valley Winter Song" suona dolcissimo.
Come già detto dal vecchio maxcar, disco da highway al 100%.

Ah, i primi 4 versi della prima canzone fanno così:
He was killed by a cellular phone explosion
They scattered his ashes across the ocean
The water was used to make baby lotion
The wheels of promotion were set into motion...

# 9:26 PM

05/08/2003

Mentre uno dei libri più venduti dell’estate raccoglie le barzellette su Francesco Totti – che, nel corso di un’intervista TV, abbassa lo sguardo e sibila a mezza bocca “Sono troppe, non me lo ricordo”, quando l’ingeneroso intervistatore gli domanda quale sia la sua barzelletta preferita – faccio tardi per finire “La Camera Azzurra”, romanzo perfettissimo di Georges Simenon. Da un intreccio battuto qualche migliaio di volte (tradimento coniugale con omicidio), Simenon riesce a spremere ancora qualche goccia di trepidazione e di suspense, incastonando flashback su flashback e scavando nel cuore nero di personaggi ordinari. Scritta e ambientata negli anni sessanta, è la vicenda di due amanti nella crudele e intorpidita provincia francese. Lei, bella e selvaggia, si introduce nei sogni segreti del suo amante, sposato ad una donna semplice e dolcemente vacua. La passione non riesce a far vacillare il sentimento che l’uomo prova per la propria famiglia. Cerca di districarsi. L’amante, rimasta vedova, lo perseguita fino ad un epilogo prevedibile quanto brutale.
Tutta la storia è raccontata a ritroso e si sviluppa nelle parole precise di vari interrogatori a cui l’uomo è sottoposto. Sin dalle prime pagine, si respira un’aria malsana. Simenon è geniale a guidare il lettore nei meandri della piccola comunità di provincia in cui si muovono i protagonisti, illuminando - implacabile e freddo - le loro menti. E’ un libro da “restarci secchi”, come direbbe il vecchio Holden.
Ora che ci penso, Francesco Totti non sfigurerebbe in un film tratto da “La camera azzurra”. Sarebbe perfetto come languido venditore di trattori, di origine italiana – come il Tony del romanzo – che si lascia avviluppare nelle spire della passione…ok la smetto.

# 11:17 AM

04/08/2003

Se Franca Valeri avesse un blog, forse assomiglierebbe a questo.
Mon ami Piero (che se c'è uno che avrebbe dovuto aprirlo prima, è proprio lui) ha aperto il suo blog.
Si comincia - bene - con la ricetta del gaspacho.

# 7:19 PM

03/08/2003

Oggi "la Repubblica" pubblica una bella intervista a Paolo Villaggio su Federico Fellini, "Villaggio racconta Fellini".
Si tratta di una breve colloquio, divertente e un po' malinconico.
Ne esce, come spesso capita, la figura di un Fellini simpaticamente bugiardo e adulatore "Era soffice, avvolgente. E a renderlo attraente c'era quella certa fragilità da baro". "Usava vezzeggiativi per tutti. Paolo, Paolino, Paolettino. Diminuiva persino i diminutivi".
Poi le famose telefonate all'alba, "mia moglie era gelosa delle nostre telefonate. Intime prolungate. Lui era catturante. Una donna irresistibile. Una seduttrice".
Villaggio ricorda di un viaggio in autunno a Rimini, intrapreso d'improvviso.
"..decidemmo di lasciare Roma per passeggiare sulla spiaggia di Otto e Mezzo".
Ma il paesaggio è cambiato, al posto di un ristorante "...era spuntato un Mac Donald".
E poi, l'ultimo colloquio. "Era ricoverato in ospedale, a Ferrara. Stava facendo la riabilitazione dopo l'ictus. Mi raccontò che quando si toccava le dita della mano destra era come sentire un mazzo di asparagi freddi. Lui aveva di queste immagini insuperabili. Perché era un genio. Terrificante come uomo. Avaro, crudele, incapace di volere bene. Ma in cinema non lo batteva nessuno. Preferisco venti secondi di un suo film all'intera filmografia di Spielberg".
Sottoscrivo.

# 7:49 PM

01/08/2003

Sia la versione italiana che quella americana del libro di Chuck Kinder, "Luna di miele - Precauzioni per l'uso", mostrano in copertina la stessa illustrazione: una donna in slip e reggiseno seduta su un letto sfatto, sguardo assorto, sigaretta tra le dita, portacenere colmo. Un uomo le dorme accanto, scompostamente avvolto nel lenzuolo, il volto coperto dal cuscino. Una bibbia aperta occhieggia da un mobile. Sembra la stanza di un motel.
E' un'immagine azzeccata per il libro, ricalca alla perfezione l'atmosfera selvaggia è malinconica della scrittura di Kinder.
Il romanzo, lungo e scoppiettante, accende i riflettori su vari momenti della vita di due amici scrittori, Jim e Ralph, e delle rispettive compagnie, Alice Ann e Lindsay, seguendone le molte vite dalla giovinezza - fatta di scuole di scrittura, sbornie e motel - alla maturità, segnata dalla nostalgia ma anche dal successo letterario, che arriderà ad entrambi.
Il personaggio di Ralph è ispirato a Raymond Carver, amico di lunga data di Kinder, mentre Jim è una sorta di alter-ego romantico dell'autore stesso. In effetti, il romanzo non è altro che una biografia romanzata della vita dei due amici, non è dato sapere dove la verità sfumi nella finzione letteraria, anche se, molte delle "scene" più divertenti sembrano essere realmente accadute.

Il punto di forza di "Luna di Miele" risiede, a mio avviso, nei dialoghi. Tutti parlano a tutti, in questo libro. Si fanno promesse, si insultano, tentano di redimersi, si uccidono quasi, a parole. Kinder è sempre lì, con questi dialoghi efficacissimi, così divertenti e sinceri che mi sono sorpreso a ridere di gusto.
I personaggi, che si muovono in una West Coast anni '70, toccano più volte il fondo di una vita immolata alla letteratura. Più di una volta, Ralph, il "doppio" di Carver, è accusato dalla moglie di essere riuscito a diventare un grande scrittore, solo grazie al "vampirismo" nei confronti della loro vita in comune, lasciando che tutto andasse in malora pur di riuscire a scrivere e, anzi, traendo spunto da quelle bassezze.

Eppure, malgrado i conti in banca perennemente in rosso, le liti furibonde, le cliniche di disintossicazione, la legge alle calcagna, le innumerevoli sigarette e cicchetti, i rapporti coniugali fondati sull'asprezza, il romanzo sprizza ottimismo. Jim e Ralph, tirano avanti, aiutandosi a vicenda e prendendosi a calci, il loro ego sconfinato li rende impermeabili a situazioni che spezzerebbero le gambe a chiunque, e riescono a rotolare fino alla fine.

"Luna di miele" attinge anche ad un certo tipo di letteratura (e cinema e musica) americana. Ho pensato, leggendolo, a Kerouac, Capote, al vecchio Salinger e Carver, naturalmente, anche se le situazioni nelle quali Carver immergeva i propri personaggi erano molto meno pirotecniche e non possedeva il dono dell'umorismo.
Ci sono i motel, le decappottabili, gli sbirri, il ghiaccio nel bourbon, i tramonti sulla baia di Frisco e, soprattutto, quella sensazione quasi piacevole di ineluttabilità, la consapevolezza che ogni cosa può ancora succedere e che, comunque vada, la vita può ancora riservare qualche sorpresa. Un caffè e una sigaretta non si negano a nessuno.

da "Luna di miele - Precauzioni per l'uso":

Ralph studiava a Iowa City all'epoca, disse Alice Ann. - Ed era nella classe di John Cheever. Ralph adorava John Cheever. Ci eravamo accorti che un venerdì pomeriggio, a un cocktail party della facoltà, John sembrava distratto e un po' solo. Era muto, un po' triste, stava per i fatti suoi, solo, sì, anche se è difficile immaginare che un uomo famoso come lui possa sentirsi solo. Così pensammo, perché non portare John Cheever a fare un giro in città? Offriamogli una bella cena e facciamogli rivivere i bei tempi andati. Spendiamo fino all'ultimo centesimo alla voce John Cheever, era il motto della serata.
[…] Ad ogni modo, portammo John nel miglior ristorante della città. […] Così ordinammo champagne vero, non questa robaccia che Ralph ha voluto per forza prendere stasera. Quella sera pensai io alle ordinazioni, e così bevemmo niente meno che Mumm's. Due forse tre bottiglie. Chi se lo ricorda più. Spendiamo fino all'ultimo centesimo per John Cheever, era il motto della serata.
[…] Quella sera i soldi di John Cheever non valevano a Iowa City. Così ci trattammo più che bene e quando ci portarono il conto, noi presentammo la nostra carta di credito sospetta.
Cheever mi disse di fidarmi degli eventi casuali di una storia, disse Ralph.- Delle sue inaspettate rivelazioni. Del modo in cui le cose fino a quel momento impensate possono emergere nella storia. A differenza di quanto accade nella vita, ovviamente.
Poi, come si suol dire, scoppiò un putiferio, disse Alice Ann, e rise - Ogni mese o giù di lì, la Bank of America fa circolare un elenco di carte di credito incriminate. Be', per qualche motivo quel maitre del cazzo aveva fatto un controllo sulla nostra.
A dire il vero, gli avevo già firmato due assegni scoperti, disse Alice Ann, e rise. - Ad ogni modo, quel maitre del cazzo aveva fatto un controllo sulla nostra carta di credito. Dio, quanto eravamo sotto! La Bank of America ci mandava letteracce da settimane ormai, chiedendoci di comportarci da bravi cittadini americani, adulti e responsabili, e di smetterla di giocare con la nostra povera carta di credito. Eravamo diventati i classici banditi di banca.
[…] Ad ogni modo, quel maitre del cazzo riportò personalmente la carta di credito al nostro tavolo. Appoggiò quel vassoietto del cazzo e rimase lì in piedi con un sorriso compiaciuto. Ed ecco la nostra povera piccola carta di credito. Mutilata. Tagliata in quattro. Fu molto divertente..
No, che non lo fu, disse Ralph.
E che diavolo avete fatto allora?, chiese Judy.
Alice Ann chiese se accettavano un assegno, disse Ralph, e rise, con le grosse spalle spioventi che sussultavano per le risate.
Stai scherzando, esclamò Jim […]
Be', Cristo, e cosa faceva Cheever nel frattempo?, chiese Jim
John se ne rimase semplicemente seduto a guardare quella scenetta umiliante e a sorridere, disse Ralph. - Lo definirei un sorriso triste, però. […]
Ma cosa diavolo successe veramente?, chiese Judy.
Non molto a dire il vero, disse Ralph. - Alla fin fine, John sganciò semplicemente i soldi. Toccò a lui pagare il conto quella sera. Il che fu piuttosto imbarazzante, te lo garantisco.
Hai mai saldato il tuo debito, vecchia canaglia?, chiese Jim a Ralph.
Non ancora, disse Ralph. - Ma ho intenzione di farlo. Uno di questi giorni.

# 8:13 PM

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