29/09/2003
Esco fuori a fumarmi una Gauloises. I palazzoni del Centro Direzionale di Napoli mi fanno ombra. Lavoro in un posto che sembra l'ultimo quadro di Doom - davvero, non scherzo. Dei ragazzini lanciano il pallone fuori dal recinto nel quale giocano.
"Palla, palla", mi urlano. Non mi sembra vero. Mi avvento sul pallone e tiro un colpo che supera la ringhiera e ricade nel centro del campetto improvvisato, un pallonetto da paura.
Nessuno dice nulla, ma mi aspetto come minimo un invito a tirare due calci insieme a loro. Sarà il look, saranno i pantaloni Principe di Galles, sarà la Gauloises, i ragazzini mi ignorano e ricominciano a rincorrere la palla.
Lì guardo per un po', spengo la cicca sotto la scarpa e sprofondo nel mio labirinto.
Visto "Il Genio della Truffa" di Ridley Scott. Noiosissima, improbabile commedia che si tiene sui tic di Nicholas Cage (ma era meglio il Lino Banfi di Vieni avanti, cretino!) e insomma, uno di quei film che dimentichi di aver visto mentre ti fumi la prima sigaretta fuori dal cinema.
23/09/2003
Ho scaricato l'ultimo cd di Dido, più che altro per la sua militanza con i Faithless, gruppo amatissimo (e poi il suo primo disco si lasciava ascoltare). Alla terza canzone rischiavo di finire sotto la metro e ho rediretto il mio iPod su i Recloose (Cardiology). Peccato, mi sa che è bruciata.
Things to do in Naples when you are dead.

19/09/2003
Tralascio questo blog, ma vado in America. Nuit goes Boston.
16/09/2003
Volevo dire ancora due cose su "Buongiorno, Notte" ma se ne sta parlando davvero troppo, quindi evito per non aumentare il rumore. L'ho trovato interessante, ben girato e ben recitato e, soprattutto, ho apprezzato il taglio psicologico che ha voluto dare Bellocchio.
By the way, sono completamente braindead.
12/09/2003
Note sparse su "The Dreamers" di Bertolucci e "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio.
Riflettendo sui dei film, mi sono saltate agli occhi alcune similarità, certe superficiali altre più profonde, legate al modo di intendere il cinema da parte dei due registi.
I due film:
- sono radicati in un preciso momento storico, il '68 francese per Bertolucci, il '78 del terrorismo italiano per Bellocchio, periodi di crisi o di cambiamento.
- si svolgono quasi esclusivamente all'interno di un appartamento. Per entrambi il fiume della storia scorre sotto le finestre dei rispettivi appartamenti. Nel film di Bellocchio, però, i protagonisti "fanno" la storia, non la subiscono. Per "The Dreamers" succede l'opposto.
- mettono in scena delle psicologie disturbate, l'estremismo politico e la cieca obbedienza ad una religione per i terroristi di Bellocchio, l'estremismo "culturale" e affettivo dei ragazzi di Bertolucci.
- possiedono una tensione erotica, esplicita per "The Dreamers", sopita e inesplosa per "Buongiorno, notte".
Purtroppo per Bertolucci, il suo film è terribilmente vacuo anche se meravigliosamente girato e fotografato. Aspettavo questo film, avevo letto delle riprese in Francia e la storia sembrava degna di attenzione. Inoltre, aleggiava lo spirito di "Ultimo Tango" su una storia ambientata a Parigi e in un appartamento. Invece "The Dreamers" è chiuso su se stesso, narrativamente debole e anche fastidioso. Bertolucci insiste sul tema dell'isolamento ("Stealing Beauty", "L'Assedio") e sulle dinamiche psicologiche di un gruppo di borghesi che per scelta si autoesclude altezzosamente dalla società. I tre giovani protagonisti si muovono su uno sfondo introspettivo opaco e i cambiamenti sociali - il "mitico" '68 - che si svolgono attorno a loro assomiglia ad un rumore di fondo e nient'altro.
La macchina da presa di Bertolucci è mesmerizzata dai corpi degli attori. Gli gira attorno, li osserva, entra dentro di loro e ne assaggia gli umori. In questo senso il critico di Le Monde non ha avuto tutti i torti nel dire che il regista ha peccato di eccessivo voyeurismo. Ho percepito pesantemente la sua presenza, la presenza di un vecchio regista affascinato dalla fisicità di certe situazioni e impelagato nelle tele di una psicanalisi affrettata e posticcia.
"The Dreamers" scintilla nella sua perfezione formale. Una scena su tutte, quella della vasca da bagno nella quale si immergono i tre interpreti mentre uno specchio a "trittico" riflette i loro volti nell'ordine inverso.
Ma che Bertolucci girasse bene e si circondasse di collaboratori di prim'ordine lo si sapeva. Bertolucci è un maestro, ha una profonda, autentica passione per il cinema (e lo dimostra ampiamente nell'esplicito gioco di citazioni che percorre "The Dreamers" dall'inizio alla fine). Un film deve però poggiare su qualcosa di più solido di un formalismo costruito su 30 anni di capolavori. Considerata l'ambientazione, mi sarei aspettato un film politico, e per politico intendo schierato o almeno consapevole di una scelta. L'atto più coraggioso (ma leggermente fuori tempo) è l'apologia della Nouvelle Vague, ripetutamente invocata come uno spirito guida che giustifichi il comportamento cine-patologico dei tre protagonisti.
L'assenza di un'ispirazione forte lo si percepisce nell'ultima scena. Costretti ad uscire dall'appartamento, i tre inseparabili si ritrovano nel mezzo di una carica della polizia contro una folla di manifestanti. Molti urlano slogan, altri preparano molotov da lanciare contro il muro di uniformi. Matthew, "der amerikanische freund" (tanto per restare in clima di citazioni) tenta di convincere i suoi due compagni che la non-violenza è la via da seguire, che l'amore incondizionato nel quale si sono gongolati fino ad allora rappresenti lo strumento - anche politico - con il quale affrontare quella rivoluzione - ammesso che sia davvero interessato, in quanto americano.
I due piuttosto si rifugiano nei loro stessi sguardi e si gettano a capofitto nella battaglia, impugnando le molotov e gettandole plasticamente verso i gendarmes.
A mio modo di giudicare questa sequenza è irrisolta e imprudente perchè tenta di riassumere in pochi metri di pellicola tutto un discorso di crescita interiore che non è riuscito a trattare con coerenza nel corso del film. Come se la claustrofobica relazione sadico-incestuosa dei tre non fosse altro che un lungo, noioso preludio a questa esplosione di violenza da videoclip.
(continua...)
10/09/2003
Credo che "La Calda Amante" sia uno dei migliori film di Truffaut. Mi è capitato di
rivederlo in treno, alle sette e mezzo della mattina, mentre la pioggia batteva sul finestrino.
Inizia velocissimo, con una corsa verso l'aeroporto di Parigi. Un uomo parte per un breve viaggio a Lisbona.
E' uno scrittore di saggi, esperto di Balzac e Gide, deve tenere una conferenza in Portogallo.
In aereo incrocia lo sguardo di una hostess incantevole. Si incontrano in albergo. Fanno l'amore. Ma l'uomo è sposato. Inizia così una relazione tra i due, lui 44, lei 22. Si incontrano a Parigi e in campagna, a Reims. Poi l'epilogo. La moglie dello scrittore scopre il flirt e uccide il marito con un colpo di fucile in pieno petto.
Il film è tutto in discesa. Il protagonista maschile rotola ineluttabilmente verso il finale, durissimo. Truffaut, dopo Jules e Jim, rimette in scena un triangolo, questa volta molto più convenzionale - lui, lei, l'altra - sfidando alcune leggi del genere. Prima di tutto, il rapporto tra marito e amante, basato su una sopraffazione intellettuale e su una fascinazione destinata ad esaurirsi presto. Poi la rapidità con la quale il protagonista passa da uno stato di infatuazione adolescenziale ad una quasi indifferenza o fastidio nei confronti della ragazza. Il film è molto efficace nel mostrarci un uomo stritolato dalle circostanze, incapace di gestire la situazione e vittima di emozioni smisurate.
Qualcosa di molto vicino a come a volte vanno le cose nella vita.
Truffaut che, come sempre, semina i suoi film di indizi autobiografici questa volta sceglie come protagonista quella che diventerà la sua donna per alcuni mesi (tra l'altro stava anche divorziando dalla sua prima moglie). La "calda amante" è Françoise Dorléac, bellezza intrigante, perchè austera e solare allo stesso tempo. Qui l'aspetto di gran lunga più seducente è la sua voce, la voce di un capriccio. La bella Françoise, ormai solo famosa per essere la sorella sfortunata di Catherine Deneuve, muore tre anni dopo l'uscita del film, chiudendo la sua vita sul guard rail di una strada di Nizza.
Il film fu accolto da fischi sonori alla prima di Cannes nel 1964 e fu sostanzialmente un fiasco al botteghino.
08/09/2003
Ancora via Fimoculous, un'intervista "lunga e decente" a Douglas Coupland.
05/09/2003
Qui l'articolo di Le Monde che parla male del nuovo "The Dreamers" del nostro Bertolucci.
"Bernardo Bertolucci è partito alla ricerca del tempo perduto, ma non ha trovato nulla";.
04/09/2003
Pitchforkmedia (stavolta) ci ha preso: il nuovo disco dei The Constantines è da paura. Tiratissimo, da ascoltare di notte (ok, questa è una cazzata, ma di mattina mi piglia male 'sto cd).
Piccole considerazioni italiane. I biglietti del metro'.
Roma. Costo 77 centesimi. Le macchinette automatiche accettano SOLO 77 centesimi, cioè 50+20+5+2. O cosi' o per il biglietto vi arrangiate (o non pagate, come spesso mi capita di fare). La questione è diventata ancora piu' spaghettiemandolino visto che a Roma scorrazzano migliaia di turisti ignari. E allora via con esilaranti cartelli scritti rigorosamente a mano con bic scarica che introducono il viaggiatore sotterraneo a faticose acrobazie alla Silvan, mentre le monetine vengono ingoiate senza pietà per poi essere sonoramente risputate perchè mancano i due centesimi, cazzo, e intanto c'ho il fiato sul collo del romano rabbioso che deve andare in ufficio.
Questa è Roma.
Napoli dimostra un po' di buon senso e anche qualcosa di più. Pure qui - a Napoli - il biglietto del metro' costa 77 centesimi.
Le macchinette hanno un aspetto piu' professionale e meno sgarrupato. Non ci sono avvisi demenziali e neanche touchscreen da usare con i gomiti, senno' lisci i pulsanti. Comunque, inserendo due euro, la macchinetta restituisce 80 centesimi (e presumo che introducendo un ero ne restituisca 20). Insomma, si cattura 2 centesimi a biglietto (che moltiplicato per una media di 1000 biglietti al giorno - media bassissima - fanno una bella 200 euro a stazione).
Tra le due soluzioni, naturalmente propendo per la seconda. Almeno non ci si trova costretti a vagare alla ricerca dei famigerati due centesimi - scusa, che c'hai due centesimi da prestarmi (certo si puo' sempre comprare il biglietto al "commercial centre", come invita a fare un insegna alla stazione della metro Termini di Roma).
Comunque, tant'è. Mi chiedo quale criterio sia stato utilizzato per fissare i prezzi dei biglietti dopo la venuta dell'euro visto che in tutta Europa il prezzo ha sempre "cifra tonda", un euro e 50, un euro e 70 ecc.
Nella tombola il 77 è chiamato "le gambe delle donne". Che ci sia qualche occulto riferimento erotico/feticista da parte di qualche assessore ai trasporti buontempone? Purtroppo credo di no.
03/09/2003
Mi sarebbe piaciuto dire che "Il corpo" di Hanif Kureishi e' un gran racconto, come tutto quello che ha scritto in passato. Non lo volevo neanche comprare, la storia di un vecchio scrittore che si fa trapiantare il cervello nel corpo di un giovane aitante mi sembrava distante anni luce dalle corde di uno scrittore come Kureishi.
Qualcosa come un vecchio amico che smette di bere, fumare ecc. e si presenta alla porta vestito da rabbino.
Comunque, non lo dico. Il racconto e' proprio cosi' come l'ho descritto e in piu' ha un finale buttato li' tanto per chiudere la pagina.
Ovviamente dietro la penna c'e' Kureishi, quindi lo stile personale e la capacita' di descrivere emozioni semplici con arguzia, precisione e ironia rimangono. Purtroppo non e' chiaro dove abbia voluto andare a parare. Ho avuto l'impressione che sia rimasto affascinato dall'idea in se e ci abbia costruito attorno una serie di situazioni sufficientemente abusate da rendere la storia ancora meno interessante.
Il fatto e' che, pur non entrando in dettagli scientifici, tratta tutto l'argomento con realismo. Il suo personaggio, uno scrittore sui sessanta, inizia una nuova vita nel suo corpo da "giocatore di calcio italiano" e Kureishi registra passo passo tutte le sue sensazioni e le sue esperienze (per lo piu' a sfondo erotico). Dopo sei mesi lo scrittore si pente e cerca di tornare dentro il suo "vecchio" corpo.
La metafora e' chiara, anche troppo. Forse il rapporto tra identita', percezione del se e del proprio corpo e' un po' troppo spinoso per esaurirlo in una parabola a meta' tra la critica del costume (evidente il riferimento alle pratiche di ricostruzione del corpo) e l'introspezione.
PS.
Scrivo e' al posto di è perchè sto usando una tastiera americana.
02/09/2003
Orrore: Bande à part di Godard alla FNAC francese esiste solo nella versione d'importazione americana (e ci vogliono nove settimane per averlo).
E' imbarazzante.
E' definitivo. Mouchette, uno dei film piu' belli di Bresson non esiste in DVD (e neanche e' tanto facile trovarlo in VHS).
VOGLIAMO FARE QUALCOSA e smetterla di portare in DVD tutta la filmografia di Stallone!
01/09/2003
Normalmente mi riesce semplice scrivere due righe su un libro o un film che mi sono particolarmente piaciuti. Ho finito "Vita di Pi" di Yann Martel già due settimane fa e, pur apprezzandolo, mi ha lasciato freddo e non sono ancora riuscito a parlarne qui.
Forse perchè il libro è poco più di una favola oppure perchè l'autore ha una certa propensione a strizzare meccanicamente l'occhio a tante buone intenzioni degli occidentali.
Il libro si legge di un fiato. La vicenda del naufragio del bambinetto indiano a bordo di una scialuppa popolata da una tigre del Bengala e da altri esotiche bestie affascina. Grazie a qualche trucchetto narrativo, poi, Martel instilla nel lettore il dubbio che la storia sia vera, rendendola così ancora più accattivante.
La struttura del romanzo è piuttosto "archetipica". Il viaggo come ricerca interiore, gli ostacoli e i pericoli come prove da superare, insomma tutto il repertorio da Ulisse in su. Nulla di male, intendiamoci. L'autore è bravo a tenere il ritmo per oltre 250 pagine. In fondo parliamo di un ragazzino e una tigre nel bel mezzo dell'oceano, e una volta esaurito l'effetto meraviglia ci si potrebbe anche annoiare. Invece, non accade.
La tigre di nome Richard Parker si trasforma rapidamente nel coprotagonista del libro. La sua presenza inquietante e temibile mantiene la tensione narrativa sempre ad alto voltaggio. Finiamo così a seguire i salti mortali compiuti dall'eroe, Pi, per evitare di
- morire sbranato
- morire di fame e/o sete
- morire bruciato dal sole
- impazzire
- affogare
Ogni tanto Martel mette in bocca al suo personaggio riflessioni che sanno un po' di new age (o si limita a fargli contemplare l'oceano in tutte le sue manifestazioni). Per il resto, le pagine scorrono via come farebbero con un diario di bordo. Si resta affascinati dalla peculiarità della situazione, talmente paradossale da sembrare genuina.
Il romanzo ha chiari intenti moraleggianti. Grazie ad una fede incrollabile, il piccolo ammaestratore di tigri riesce a cavarsela, malgrado i 200 e passa giorni di navigazione. Per non offendere nessuno Martel rende Pi un fedele schizofrenico: schizofrenico nel senso che - nella prima parte del romanzo, la più interessante - abbraccia allegramente induismo, Islam e cristianesimo. Non è quindi il dio cristiano o qualche divinità induista a salvarlo, ma la pura fede nella speranza e la preghiera "assoluta".
Non so se "Vita di Pi" sia un bel libro, più ci penso e più il suo interesse scema e lo stile mi sembra approssimativo. Però è un libro pieno di storie, forse semplici, forse distanti da un certo tipo di letteratura "ripiegata su se stessa" - come si diceva una volta. E le storie semplici e fantastiche sono necessarie di tanto in tanto, fanno sorridere il cervello.
Qui un'intervista all'autore.