22/01/2004
Nel suo ultimo libro sulle gioie (e dolori) delle traduzioni letterarie, Umberto Eco scrive che l'atto del tradurre da una lingua ad un altra impone sempre un compromesso fra i vari elementi in gioco: l'autore, il lettore, il testo e lo stesso traduttore.
In altre parole, il traduttore è sempre costretto ad una scelta, chiudendo fuori tutte le altre possibilità e accettando i rischi della sua decisione.
Credo che sia questo il senso di "Lost in Translation" il chiacchieratissimo film di Sofia Coppola, dove due personaggi catturati in un momento incerto della propria vita scendono a compromessi (soprattutto) con se stessi, tentando di non tradire completamente il significato del loro incontro e, in fondo, anche della loro esistenza. La storia si tiene su un niente, diradandosi lentamente in un sovrapporsi di sguardi - nel vuoto, verso uno schermo, verso il nulla elettrico dell'architettura di Tokyo. Incapaci di tradurre ciò che gli sta intorno, perchè irrimediabilmente americani, i due si ritrovano a ciondolare come sonnambuli - e non a caso entrambi soffrono l'insonnia - lasciando che il mondo da cui provengono rimanga ancora un minuto di più fuori dalla porta. Come i "satelliti d'amore" di Murakami però, le loro orbite entrano in contatto solo per la durata di una frase sussurrata all'orecchio (di cui, naturalmente, non comprendiamo il significato) e un abbraccio che dissolve sui titoli di coda.
Grazie ad una sceneggiatura apparentemente scarna, in realtà estremamente equilibrata e leggermente didascalica, Sofia Coppola compone un haiku sulle cose non dette, sulle scelte e, come dimostrano le grinze volenterosamente esibite sul volto di Bil Murray, sul buffo, malinconico contrasto tra generazioni.
Un film che scorre lentamente, raccontando lo sgomento e lo smarrimento, ma anche l'incanto di un'intimità inaspettata. Tra i due personaggi (e tra i due attori, stellari) nasce un gioco di rimandi, tra leggerezza da commedia e nostalgia alla Wong Kar-wai.
Vedendo Bill Murray ho pensato aWalter Matthau e vedendo Tokio a Gianni Di Venanzo. Un "Lost in Translation" parallelo girato senza dubbio da Eric Rohmer o (in alternativa) da Louis Malle.
20/01/2004
Stando a quanto scrive Repubblica on-line, ieri 23.549.000 italiani (il 41% della popolazione) si dividevano tra "Striscia la notizia" e la trasmissione di Paolo Bonolis. A me pare un dato sconfortante, e non lo dico con snobismo - magari ci sarei stato pure io tra quei 23 milioni, se avessi accesso alla TV nazionale.
Mi rendo conto che entrambi gli show vengono trasmessi all'ora di cena, quando le persone si accasciano sulle loro sedie attorno ad un tavolo apparecchiato e che dopo un giorno di esposizione alla città hanno poca voglia di sfruttare le energie residue per qualcosa di più del movimento della mano dal piatto alla bocca.
E' un discorso vecchio e piuttosto banale e non mi pare che le cose vadano meglio (se un "meglio" si può stabilire) in Germania o in Gran Bretagna.
Mi limito a registrare la notizia e a guardare stanchi telepredicatori italiani a notte fonda.
15/01/2004
DVD appena comprati su Amazon:
"Ma nuit chez Maud" e "L'Amour l'après-midi" di Eric Rohmer
"Ikiru" di Akira Kurosawa
"The Pornographers" di Shohei Imamura
"Le Cercle Rouge" di Jean-Pierre Melville
14/01/2004

A volte giudico i libri dalla copertina. Settimane fa, a Wiesbaden, mi era caduto l'occhio sull'edizione inglese di "Sputnik Sweetheart" di Haruki Murakami. Mi era piaciuta la grafica in nero, la foto di sghembo di una giostra illuminata, il teaser di copertina: "Out of this world", Omer Ali, Time Out.
Sapevo qualcosa di Murakami, che aveva molti estimatori, soprattutto in Giappone e qualche altro dettaglio (è l'autore del libro-intervista sull'attentanto alla metropolitana di Tokio).
Il libro è rimasto un pò li, poi ho cominciato a leggerlo in aereo, al ristorante dell'aeroporto, mentre, guarda caso due Jap litigavano educatamente al tavolo accanto, in taxi mentre tornavo a casa. L'ho finito a notte fonda e sono rimasto sul mio giaciglio di fortuna a riflettere, malgrado fossi a pezzi.
La storia è semplice all'inizio, un triangolo d'amore scaleno, lui che ama lei, che ama un'altra, che non ama (più) nessuno. Poi, c'è un viaggio in Europa che termina su un'isola greca. E, come ne "L'Avventura" di Michelangelo Antonioni, una delle due donne scompare "come il fumo", per non tornare più. Il titola richiama lo Sputnik, il primo oggetto lanciato dall'uomo ad entrare nell'orbita terrestre. Poco dopo venne lanciato lo Sputnik II. A bordo la cagnetta Laika, che guardava la terra da un oblò.
I personaggi di Murakami sono dei satelliti d'amore, ognuno inchiodato alla propria orbita, ognuno a cercare di appioppare alla propria solitudine una spiegazione che suoni meno goffa di quanto già sia. Le relazioni che legano questi personaggi sono, appunto relazioni-sputnik. Le orbite si sfiorano e si allontanano di nuovo, malgrado i fiumi di parole che si lasciano dietro.
Murakami ha il dono di una scrittura quasi perfetta. E' capace di essere profondo con semplicità. Banale, ma vero. Gioca con dettagli insignificanti, come per distogliere l'attenzione, per dare respiro al lettore, ma finisce inesorabilmento su un terreno sconfortante e vagamente disturbante. Sicuramente un racconto impegnativo, non nel momento stesso della lettura, ma a libro finito.
13/01/2004
Da due giorni abito una casa nuova. La casa appartiene ad una coppia, lui inglese lei thailandese, partiti per un viaggio di tre settimane. Avevo necessità di una casa per una sola settimana ed ho trovato questa.
Quindi ora la sera mi ritrovo ad aggirarmi tra "cose" non mie, più o meno come un ladro.
Non mi sento a mio agio, provo quasi timore ad prire le porte, entrare ed uscire dalle stanze,
accendere la tv o il DVD.
Eppure ho pagato per essere lì. Non dormo neanche nel "loro" letto. Mi sono organizzato una branda nel salone, con il mio sacco a pelo e tutto.
Ho intenzione di cancellare le mie tracce, se mai ne lascerò, al momento della partenza.
Pensavo a quanto una "casa" rappresenti il palcoscenico privilegiato di molte scene essenziali della vita di una persona. I fantasmi rimangono nelle case, non nellle fabbriche o scuole.
Così, a stare solo in questa casa, mi sembra di violare qualche sacra intimità, non vedo l'ora che questa settimana passi rapida.
09/01/2004

Tanti anni fa leggevo Il Mucchio Selvaggio. Grazie al Mucchio ho scoperto gente come Elliot Murphy, Chris Cacavas e un sacco di altri ousiders della musica americana.
Ma soprattutto, ricordo di un dettagliatissimo speciale su Gram Parson, che tanto outsider non è, ma io lo conoscevo appena e corsi a comprare il doppio cd GP/Grevious Angel. In questo speciale c'erano alcune interviste al vecchio Gram, tra cui una in cui parlava del suo amicone Keith Richards. Parson è stato l'ispiratore di una certa corrente country che intrapresero gli Stones nei '70, soprattutto con "Exile on Main st." - il disco degli Stones che amo di più. Si dice anche che Gram abbia insegnato a Richards a suonare la slide guitar. E' certo che Richards ha insegnato a Gram come darsi da fare con aghi e siringhe, tant'è che Parson è morto a 26 anni nel deserto di Joshua Tree per overdose (la biografia di Gram Parson è piuttosto interessante).
Comunque, in questa intervista Gram Parson diceva qualcosa come "Keith riesce ad avere la miglior cocaina sul mercato, meglio di quella della mafia". Questa frase mi aveva sempre intricato.
L'altro giorno ho comprato Uncut. L'ho acquistato perchè in copertina c'era il faccione di Keith, che ha compiuto 60 anni e quindi gli hanno dedicato il numero con interviste, foto, essays medici su come non sia ancora morto dopo 30 anni di stra-stravizi, cose così.
In una intervista, il giornalista gli chiede qualcosa sulla sua mitica resistenza alle droghe pesanti, eroina, coca e mix vari. Lui, dopo aver finalmente dichiarato che la storia del cambio del sangue in Svizzera è una bufala clamorosa, ha ammesso che però in Svizzera ci andava a prendere della cocaina "medica", cioè prodotta da uno stabilimento farmaceutico e venduta a prezzi stellari. Ecco svelato il mistero della "cocaina migliore della mafia".
A destra, una foto, credo abbastanza rara, di Gram, Keith e Anita Pallenberg (a Joshua Tree).