28/02/2004

Due sguardi.
Francoforte, metropolitana. Un uomo sui 60, ma forse meno. Il volto leggermente distorto, i postumi di un ictus? Capelli bianchissimi e curati, la pelle della faccia arrossata e cosparsa di sottili venature rossastre. Gli occhi, però, sono quelli di un ragazzino. Un ragazzino nel corpo di un vecchio. Lo seguo con la coda dell'occhio, mentre la folla dell'ora di punta lo inghiotte. E si muove anche come un ragazzino.
Roma. Un pakistano sorveglia serio dei tizi che scaricano della frutta per il suo emporio. Ha le mani sui fianchi, gli occhi azzuri vivissimi che emanano orgoglio e un'impalpabile sensazione di avercela fatta. Il negozio alle sue spalle lo protegge da tutto.

# 1:03 PM

24/02/2004

candles

# 11:59 PM

23/02/2004

elevator

# 11:50 PM

A corto di parole, mi limito ai numeri:

Xiu Xiu - "Fabolous Muscles": 6 (anche se non riesco mai ad arrivare alla fine)
Air - "Talkie Walkie": 5 (belle solo la prima, seconda e ultima)
Sophia - "People Are Like Seasons": 8 (grande atmosfera, testi malinconici, gran disco)

Nella mia stanzetta gorgogliante fa' 17 gradi. E fuori nevica. E ho finito gli After Eight.

# 11:21 PM

17/02/2004

Sul web il codice sorgente di Windows 2000.

# 2:35 PM

16/02/2004

Kim_58

# 7:44 PM

15/02/2004

Kim_58

# 9:46 PM

13/02/2004

Mi sarebbe piaciuto scrivere sul libro "Norwegian Wood" di Haruki Murakami che ho finito da poco di leggere, ma ho i neuroni intorpiditi. Così faccio una cosa che ho in mente da un po’ e che mi è sembrata sempre sufficientemente idiota da lasciar perdere.
Ma visto che sono qui sono stanco ma non ho sonno, ecco qui la musica dentro al mio iPod…

7 – Philip Jeck
Anyway The Wind Blows – J. J. Cale
Aw C’mon/No You C’mon – Lambchop
Bird Up, The Charlie Parker Project – Vari
Blues At Sunrise – Albert King
King of the Blues Guitar – Albert King
Live Wire/Blues Power – Albert King
Cross Fire – Music Revelation Ensemble
Down the River Of Gold – Okkervil River
Educated Guess – Ani di Franco
Excuses for Travellers – Mojave 3
Fixed Water – Sophia
People Are Like Seasons - Sophia
Heavier Things – John Mayer
Heron King Blues – Califone
Martin Scorsese Presents The Blues: A Musical Journey – Vari (5 CD set)
Pass in Time (The Definitive Collection) – Beth Orton
Regard the End – Willard Grant Conspiracy
Songbird – Eva Cassidy
Speakerboxxx/The Love Below - Outkast
Talkie Walkie – Air
The End of An Ear – Robert Wyatt
Transfiguration of Vincent– M. Ward
World Without Tears – Lucinda Williams

# 11:55 PM

11/02/2004

I dischi rigidi dei computer su cui gira Windows tendono a “frammentarsi”. Significa che il file del vostro mp3 preferito è sparpagliato su tutto il disco, un pezzo lì un pezzo qui. Windows tiene i cocci insieme, ma, lo stesso ogni volta che deve recuperare un file ci mette un sacco a raccattare tutti i pezzi.
Per alleviare questo immane lavoro esistono diversi programmini. Uno di questi fa parte dell’installazione standard di Windows, ma non funziona proprio bene, non mette i pezzi esattamente al loro posto. Esistono altri “deframmentatori” più potenti e veloci. Una caratteristica comune di questi programmi consiste nel mostrare sempre la situazione “prima” e “dopo” il trattamento. Si tratta di strisce orizzontali divise verticalmente da tante linee più o meno spesse colorate in maniera diversa. Più colori ci sono e più sottili sono le linee, peggiore è la situazione. Poi uno avvia il programma e le linee orizzontali iniziano a sparire, un unico colore (di solito il blu) riempie lentamente le sbarrette orizzontali, che si fondono in un’unica barra blu. Ma non è questo il punto.
Stasera ho deframmentato il disco rigido del mio portatile. Non lo facevo da molto ed era un vero macello. Come nella scena di ”Kill Bill” dove Uma Thurman fa’ a pezzi un esercito di sicari, il mio hard disk aveva frattaglie sparse dappertutto. Il processo è stato lungo.
Sono rimasto a fissare lo schermo, mentre la composizione di colori mutava impercettibilmente sotto ai miei occhi. L’hard disk ronzava furiosamente.
E ho pensato a come sarebbe se si potesse deframmentare la vita. Non tanto il passato, quanto il presente. Uno ha una vita tutta incasinata, problemi, frammenti di vita sparsi, si mette seduto e lascia che qualcosa rimetta in ordine le cose nella sua testa. Dopo un po’ si alza e tutto appare chiaro e limpido. I pensieri si sviluppano naturalmente, si sa sempre cosa dire e cosa fare e, soprattutto, ci si sente meravigliosamente bene.
Gesù, devo aver esagerato con gli After Eight stasera.

# 11:03 PM

Visto "L'ultimo Samurai" di Edward Zwick.
Cose brutte del film:
1) La sceneggiatura è chiaramente generata da un software, quindi è noiosissima e prevedibile.
2) Si avverte un vago sentore di propaganda. Anche se gli americani hanno un ruolo marginale e vengono pure trattati male, l'idea di fondo di un americano che si integra alla perfezione con la tradizione guerriera giapponese e, con la cultura di un paese straniero in genere, mi sa tanto di benedizione all'interervento militare in Iraq.
3) L'unica donna del film è sempre vestita e non parla mai.
4) Tom Cruise che cerca di fare lo spiritoso.
5) L'idealizzazione mielosa dei samurai, che pregano come dei monaci tibetani, parlano inglese e si vestono come Keith Richards. Vedere "Gohatto", film giapponese del 1999 con Takeshi Kitano per un punto di vista più obiettivo sulla tradizione samuraica.

Cose belle del film:
1) I costumi da guerra dei samurai (meno quello che sembra Keith Richards).
2) Le scene di combattimento con le spade.
3) Timothy Spall con i basettoni.

# 11:07 AM

10/02/2004

Roma, interno grande stazione metropolitana linea B.
Un uomo di bell'aspetto si avvicina al distributore di biglietti automatici. Si fruga nelle tasche e tira fuori un po' di spiccioli, un euro e dieci per la precisione.
Infila le monetine nel distibutore, ma la macchina si rifiuta di dargli il biglietto perchè, sostiene, non ha il resto di 10 centesimi.
Per caso, l'uomo ha proprio 1.10 euro, divisi in una moneta da 50 e tre monete da 20.
L'uomo sbuffa e prova altre macchinette, ottenendo lo stesso risultato, cioè nessun biglietto.
Allora, si gira verso i binari con un'espressione derelitta per accorgersi che un piccolo esercito di controllori staziona appena superata la barriera dei tornelli. Impossibile passare senza essere fermati.
L'uomo di bell'aspetto allora ricoda come a Francoforte, dove vive, uno può anche infilare una banconota da 100 euro nelle macchinette per avere il resto. E le macchinette non sono tutte zozze, consumate e nascoste da graffiti. Allora si incazza un pochettino e procede a lunghi passi verso il drappello di controllori.
"Senta, ho un euro e dieci e la macchinetta non mi da' il biglietto perchè non ha il resto di 10 centesimi e..." dice tutto d'un fiato cercando di mantenere la calma.
"Fermo, fermo, ma quanto c'hai", risponde uno del gruppo.
"Un euro e dieci, un pezzo da cinquanta e tre da 20"
"Famme vède", dice tendendo il palmo della mano il controllore.
L'uomo di bell'aspetto depone una ad una le monetine nella mano tesa del controllore, che le conta scostandole con la punta delle dita.
"Fa' un euro e dieci" dice flemmatico.
"Come le avevo detto..."
"Vabbè, famo così, er bijetto te lo do' io e me dai la tangente de 10 centesimi" dice sfilando dalla tasca della camicia un biglietto e ridendo alla sua stessa battuta.
L'uomo di bell'aspetto prende il biglietto, per una frazione di secondo aspetta anche il resto di 10 centesimi, poi si ricorda di essere a Roma, sorride e se ne va.

# 5:48 PM

08/02/2004

Sever

# 12:25 AM

04/02/2004

Continuo ad incontrare persone che non sanno cosa sia un iPod. A volte ne incontro anche che non sanno cosa sia un mp3, per la verità.
Allora gli spiego la faccenda dei 100 cd in tasca, di come sia comodo poterlo attaccare ad uno stereo oppure sentirselo in cuffia. Se poi si ha anche un collegamento Internet veloce per succhiarsi gli mp3 allora è proprio una goduria, perché è come stare nel più grande negozio di dischi del mondo e arraffare cd senza la paura di essere fermati alla porta, “posso vedere la sua borsa, signore”?
Altrimenti, spiego, uno si può mptrizzare la propria collezione di cd e portarsela in giro.
Poi, concludo, l’iPod è proprio fico, you know, con ‘sta rotellina tattile e lo schermino al calore bianco.
Dove voglio arrivare con questo preambolo? Me lo sono scordato. Volevo solo dire che questa mattina ho aperto gli occhi con una melodia nella testa, tan tan – tan tan…era “Sever” dei Karate. Mi sono trascinato fuori dal mio foldable bed e ho beccato la canzone sull’iPod e me la sono sentita un paio di volte, così il motivetto malefico ha smesso di rimbombarmi nella testa. Sono entrato in ufficio con un sorriso.
Quindi, o lettore, se hai problemi del genere, cioè ti svegli la mattina con motivetti malefici nella testa, alzati, metti la sciolina alla tua American Express e vatti a comprare un iPod. Mi ringrazierai.

# 10:42 PM

03/02/2004

Mi piacerebbe scrivere qualcosa su “Silenzio in Ottobre” di Jens Christian Grøndal. Grøndal è danese e questo è il suo primo libro tradotto. E’ un libro bellissimo ed intenso e affronta alcuni degli interrogativi sui quali prima o poi tutti quanti finiamo per fermarci.
La storia prende spunto da un abbandono, una moglie che lascia inspiegabilmente il proprio uomo dopo diciotto anni di matrimonio. Parte senza un perché, lasciandosi dietro solo silenzio e una casa vuota. Questa interruzione della normalità da modo al narratore, un critico d’arte di quarantaquattro anni, di imboccare un percorso a ritroso nel tempo, ponendo se stesso ed il suo esclusivo punto di vista come un filtro applicato alla sua intera vita.
Così, si è condotti attraverso venticinque anni di storia di un uomo e delle persone da lui amate o semplicemente “vissute”. Donne, soprattutto, a cominciare dalla moglie, figura costantemente posta sullo sfondo di una vita, quella del protagonista, vissuta giocando a nascondere le proprie emozioni e a sognare qualcos’altro.
In effetti, il libro potrebbe essere letto come la storia della dissoluzione di un matrimonio, anche se Grøndal da corpo ad un personaggio al quale sembrano mancare le capacità di gestire normalmente i rapporti emozionali con gli altri individui. Lasciando che spesso la vita gli scorra addosso, a cominciare dal suo stesso matrimonio fino al momento dell’abbandono, nel quale non riesce neanche a chiedere alla moglie il motivo di quel gesto, il protagonista si trova a doversi confrontare con il proprio passato e con le scelte intraprese.

Ho quarantaquattro anni e ne so meno che mai. Più passano gli anni e meno ne so.
Le mie cosiddette esperienze sono piuttosto una sorta di cassa di risonanza in cui le poche cose che so riecheggiano cupe e inadeguate.


I frammenti di una vita poco più che ordinaria vengono sparpagliati come i vetri infranti di uno specchio. Il narratore, servendosi del proprio sterminato egotismo come metro di paragone e giudizio, ci parla della sua infanzia, del suo rapporto con una donna possibilmente ancora più incapace di amare, dell’incontro casuale con la futura moglie e del matrimonio, del figlio – accolto con un “perché no?” –, della sua carriera di critico d’arte, della monotonia del menage familiare, della passione per una giovane pittrice conosciuta a New York. Ciascun frammento è carico di dettagli, di emozioni tenute dentro, di interrogativi non fatti. A volte mi sono sentito quasi oppresso dall’esclusività del punto di vista e da un certo fastidio nei confronti del protagonista e del suo modo di essere.
Rovesciando sul piatto tutto se stesso, il narratore, con onestà e lucidità arriva a domandarsi (ovviamente senza sapersi o volersi rispondere) se mai è stato felice e, soprattutto, se mai abbia amato qualcuno e qualcuno lo abbia amato. Se i meccanismi silenziosi del destino non si siano mossi a prescindere dalle decisioni prese e dai sentimenti investiti, calandolo nel mezzo di un’esistenza osservata più che vissuta.
Grøndal usa una scrittura densa e ricca di dettagli e osservazioni. Lo scrittore ci getta in un flusso di coscienza avvolgente come l’acqua, attraverso cui distinguiamo il terrore esistenziale di un uomo che non conosce se stesso.

# 11:55 PM

02/02/2004

Ho provato ad appassionarmi alla vicenda del lifting di Berlusconi ma non ci sono riuscito. Complice anche la distanza, ho seguito la cosa esclusivamente dalle pagine di Repubblica on line. Certe storie mi annichiliscono, temo il ridicolo.
Comunque, mi è sembrato di capire che, nella tradizione delle grandi inchieste giornalistiche, si sia distinto l’Espresso per la profondità delle analisi intorno al faccione di Berlusconi. Se non sbaglio, due settimane fa, la Repubblica On Line citava l’Espresso come fonte principale di questo scoop, invitando gli e-lettori a recarsi in edicola e acquistare una copia del settimanale per avere una copertura completa dell’epopea svizzera del nostro Presidente del Consiglio.
Rispetto sia Berlusconi che l’Espresso per le scelte intraprese, dell’uno non mi stupisco più di tanto, dell’altro posso capire che qualche lettore (o abbonato) in più non si rifiuti mai.
Venerdì scorso mi capita tra le mani proprio l’ultima copia dell’Espresso, quella con la copertina che titola “Crack e Tangenti”, con lo sfondo di una cassaforte stile Mission Impossibile (complimenti per la creatività).
A pagina 59, subito dopo un articolo sulla Rai, m’imbatto in un paginone comprato dalla Collistar, evidentemente marca di cosmetici: “Una linea d’avanguardia studiata per le esigenze dell’uomo di oggi…Contorno occhi antirughe…Idratante opacizzante Quotidiano…Antirughe Rivitalizzante Quotidiano”. Un James Bond occhieggia sotto il peso di almeno mezzo chilo di sopracciglia perfettamente depilate.
Seguono articoli brevi ma sempre interessanti sulla Rizzoli, sulla centrale di Civitavecchia e sul taglio ai finanziamenti sul Welfare. A pagina 66, altro paginone, questa volta senza sguardi conturbanti: “Shiseido Man, grande evento nel mondo maschile…una nuova linea di trattamento viso progettata per l’uomo. Shiseido Man. Una programma semplice, essenziale ed efficace, studiato per mantenere la pelle maschile in condizioni ottimali e prevenire i segni del tempo”.
Se il mio viso cadesse a pezzi, non ci penserei un attimo. Il messaggio della Shiseido è molto più sobrio e sono sicuro che la penetrazione del prodotto è altissima, almeno dalla pubblicità.
Finisco il giornale. A pagina 171, poche pagine prima dell’affilatissimo “Vetro Soffiato” di Eugenio Scalfari, due volti rassicuranti: Rupert “if you go black you don’t go back” Everett e Madonna. Un nuovo video insieme. O forse un film? A spiegarcelo è tale Jacaranda Falck nella sofisticata rubrica “Style & Design”. I due hollywoodiani sono entrambi in cura dal “guru del settore” Frederic Brandt, professore di dermatologia all’Università di Miami. Il medico è appunto un guru dei “cosmoceutici”, via di mezzo tra prodotti cosmetici e farmacologici adatti a ringiovanire la pelle.
L’illuminante rubrica, continua con l’elencare nomi, siti web e clienti dei più importanti esperti di cosmoceutica d’America, per chiudere con www.emiheater.com, “la prima linea di cosmoceutici prodotti in Italia”.
Intendiamoci, l’Espresso, a mio parere, rimane ancora il miglior settimanale “generalista” italiano, non fosse altro che per le firme di gente come Bocca, Biagi, Scalari, Rinaldi, Eco, Serra, Pansa e molti altri. Capisco anche che oggi come oggi un periodico abbia bisogno di molti denari per poter sopravvivere e se il target di lettori è quello dei quarantenni preoccupati delle gote cascanti, ben vengano gli spot delle case di prodotti estetici.
E’ solo che a volte certi attacchi al Darth Vader de’noantri fanno un po’ tenerezza. Con un personaggio come quello ci vuole poco ad essere coerenti: è sufficiente non mettersi a pubblicizzare investimenti sicuri alle isole Cayman o corsi full-immersion di dialetto siciliano “a due passi dal Duomo”.

# 10:38 PM

01/02/2004

Dio, che film "Le Circle Rouge". Uno di quei film che rende lecito chiedersi se il periodo d'oro del cinema non si sia chiuso nel '79. Apoteosi del cinema macho esistenzialista di Jean-Pierre Melville, fa dell'arte della rapina una filosofia. Ogni membro della banda attraversa il film in maniera monolitica per arrivare alla grande rapina zen, girata in completo silenzio (come la rapina-icona di Rififi di Dassin), come si giunge alla propria esecuzione.
Non conta se i personaggi hanno due dimensioni e sembrano tratti di peso da qualche polveroso romanzo hard-boiled. Non conta se Delon con quegli occhi è poco credibile con la pistola in mano. Il film è terribilmente ben costruito e non da tregua. La sceneggiatura è cosparsa di momenti memorabili come Montand che all'ultimo istante toglie il fucile dal treppiedi e spara "a braccio" al sistema di allarme, per dimostrare di essere ancora il miglior sniper di Francia. Oppure Volonte' e Delon che si fumano una sigaretta dopo aver freddato un paio di ceffi e capiscono di potersi fidare l'uno dell'altro (l'ensemble vale il prezzo del biglietto).
Potrebbe tranquillamente essere un western, si apre nel più classico dei modi, con Delon che esce di prigione e rimette insieme la banda. Ma Melville ha il dono dell'astrazione. I suoi film, grattata via la patina del genere, brillano di una forza simbolica simile a quella delle stampe giapponesi del 1600, in cui spirito e materia e simbolo si fondono in un'unica "verita' estetica" (ho preso in prestito quest'accezione da Gian Carlo Calza studioso di cose nipponiche).
Nel libretto che accompagna l'edizione Criterion del DVD, Melville parla dei suoi attori. Per Delon e Montand spende solo parole di elogio mentre demolisce Gian Maria Volonte' tratteggiandolo come un fanatico comunista, campanilista e pure incapace di stare su un set.

# 12:48 PM

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