26/03/2004
Da qualche parte ho letto che se potessimo prendere per mano nostra madre e poi nostra nonna e la nonna della nostra nonna copriremmo facilmente un arco di 300 o 400 anni. La storia sono un mucchio di vecchietti che si tengono per mano, nonostante tutto.
Come sarebbe parlare con la madre di nostra nonna? Riusciremmo a capire qualcosa di più sui nostri occhi? Oppure sortirebbe lo stesso effetto che si ha osservando una foto vecchia di cento anni, con qualche zio impettito – baffi inamidati – e il mondo attorno a lui che si è schiantato contro un futuro ipercinetico?
Mi sono dilungato per parlare di un romanzo pubblicato dieci anni fa da un’autrice svedese, Marianne Fredriksson. Il libro a cui mi riferisco ha per titolo “Le Figlie di Hanna” e, leggendolo, si ha forte il desiderio di sapere qualcosa di più della propria famiglia. Il romanzo sovrappone la vita di tre donne, madre, figlia e nipote. Hanna nasce in un mondo, l’ottocento, e muore in un altro, la metà degli anni ‘60. Conosce la fame e la vergogna di partorire un figlio frutto di uno stupro, vive all’ombra di un marito di cuore ma reso fragile dall’alcool e dalla depressione. Rimasta vedova, lascia la durissima campagna svedese per seguire il figlio in città dove con riluttanza si adatta ad uno stile di vita che non le appartiene. Hanna è un personaggio bellissimo. Sopporta in silenzio, attraversa la vita cercando di non far rumore, i duri colpi del destino non la fiaccano. Forse è solo una sciocca contadina o forse è così che erano le donne cento anni fa.
Johanna, sua figlia, cresce nella grande città. Costretta dalla madre ad andare “a servizio” (inutile tentare di forzare il fato, secondo Hanna), se ne scappa inseguita dal padrone eccitato. Cresce, si sposa con Arne, uomo, anche lui levigato come legno di betulla ma terribilmente instabile e vittima dell’ira. Schivando le asperità di un rapporto di coppia faticoso e di un periodo storico insano, invecchiano insieme, pur senza arrivare a conoscere l’uno l’essenza dell’altra.
Infine c’è Anna, figlia di Johanna e nipote di Hanna, che è una scrittrice e giornalista e diventa famosa proprio scrivendo un libro sulle proprie origini. Innamorata di un uomo affascinante ma falso come un bambino (Rickard, probabilmente il personaggio meno riuscito e più “intuibile” dell’intero romanzo), è lei che si plasma con lo spirito di supina rassegnazione della nonna e l’indipendenza intellettuale della madre. Anna paga il prezzo del confronto con delle donne più forti di lei, ma si serve delle sue stesse origini (e, per così dire, del suo stesso “dna”) per superarle.
Si dice che questo sia un romanzo “femminile”, o “femminino”. In parte è cosa vera, il punto di vista è esclusivamente e inequivocabilmente femminile. L’autrice mette in scena una saga familiare che fa perno su tre personaggi di donne “titaniche”, soprattutto Hanna. Gli uomini, i mariti, sono figure nervose, precarie nei loro umori imprevedibili, bui. Si ergono come pilastri nella vita delle loro donne, ma vengono giù come niente.
Detto questo, “Le Figlie di Hanna” non è un romanzo che si lascia catalogare facilmente. Le tre generazioni a cui appartengono le tre donne, sono vicine ma lontanissime. Per ognuna di queste traiettorie di vita - legate tra loro attraverso il filo rosso di rapporti matrimoniali infelici - la Fredriksson concede spazio a differenti livelli di dettaglio psicologico. Così Hanna, la nonna che non piange mai, si comporta in un modo un pò oscuro e non (si) fa domande. Come dopo un viaggio in avanti nel tempo, nessuno è in grado di capirla veramente e a lei non resta che recitare il suo ruolo di vecchia burbera.
Johanna ed Anna sono figure più sfaccettate, combattono invece di sopportare a occhi chiusi. Un sottile velo di malinconia le ricopre e avvolge tutti i loro pensieri, come se la vita che hanno condotto (e che nel romanzo è sempre vista in retrospettiva) abbia preso percorsi troppo prevedibili e dolorosi. Si tratta di un romanzo amaro, che si apre come un sorriso con alcune pagine molto liriche e anche buffe (una specie di Garcia Marquez molto realista e poco magico), ma non si sottrae a quell’angoscia esistenziale che contrassegna la letteratura scandinava.
23/03/2004
Segnalazione libresca: un mio ex-collega ha pubblicato un libricino sulla dura vita di un "consultant" di una grande società di consulenza.
Il romanzo, perchè di romanzo si tratta, anche se, credo, gli elementi autobiografici siano prevalenti, si intitola "Fabbrica", l'autore è Lucio Fava del Piano, l'editore Tullio Pironti.
Io ne ho trovata una sola copia alla libreria Feltrinelli di Largo Argentina, a Roma.
22/03/2004
Mesi addietro avevo entusiasticamente scritto che era in uscita il seguito di "Cryptonomicon" librone complessisimo e divertentissimo di Neal Stephenson. Il libro poi è uscito ad ottobre e, ho scoperto, lo ha appena tradotto la Rizzoli. L'ho comprato solo ieri, nella versione originale in inglese. Il libro si intitola "Quicksilver" cioè Mercurio, e fa' parte di un ciclo composto di tre libri, il "Ciclo Barocco". E' ambientato all'epoca dei grandi pensatori europei a cavallo tra il 1600 e 1700, come Newton, Leibniz e Robert Hooke che, da quello che ho inteso, compaiono come personaggi a fianco dei vari Waterhouse e Shaftoe, ossia gli avi dei principali characters che appaiono nel primo "Cryptonomicon".
Stephenson non smentisce la sua fama di scrittore "verboso" visto che anche questo libro supera le 900 pagine. Ho qualche dubbio che "Quicksilver" riuscirà a ricreare la medesima alchimia tra storia e feutillon high-tech del precedente romanzo. Inoltre mi sono un po' pentito di averlo acquistato in inglese, le prime pagine mi sono sembrate difficili da capire senza avere a portata di mano un dizionario. Vedremo.
Nel frattempo, questo è quello che scrive un recensore/lettore su Amazon.
Comprate "Quicksilver" se...
1) You've read a work by Umberto Ecco and liked it
2) You enjoyed physics class in high school or college
3) You can code
4) You dig binary
5) You always wondered who Newton, Hooke, and Leibniz really were
6) You see tangents as but the arcs of greater circles
18/03/2004

Ho difficoltà a giudicare con serenità “La Passione di Cristo”, il film di Mel Gibson di cui molto si è parlato negli ultimi mesi. Il primo impulso è stato quello di spendere la parola “pornografia” per bollare la carne viva, il sangue gocciolante e i mille altri colpi bassi drammaturgici con cui Gibson ha costruito il suo film. Fare della pornografia significa mostrare l’osceno senza altro intento che quello di stimolare eroticamente i fruitori. Ora, mi sembra chiaro che Mel Gibson si sia gettato in questa impresa da 30 milioni di dollari con il solo obiettivo di infiammare gli animi dei cristiani e rimodellare da un punto di vista puramente emozionale la narrazione delle ultime ore di vita di Gesù di Nazareth. Una pornografia subdola e sterile, perché, al di là di qualche anima ingenua e impressionabile, le immagini di tortura fisica per le quali mezzo mondo si è scandalizzato, non donano alcun significato aggiuntivo al contenuto del messaggio che l’intera vicenda della Passione comunica.
Un fallimento teorico (e teologico) a mio avviso, anche se il film possiede una potenza espressiva incontestabile, raggiunta grazie ad un lavoro di fotografia e regia notevolissimi. Il punto è che Gibson supera il limite del lecito e baratta una qualunque forma di arte per un approccio da sermone di provincia. La puzza di fanatismo è forte quanto il tentativo di annegare lo spirito critico dello spettatore nel mare di sangue e lamenti che fuoriescono dal corpo del povero attore che interpreta Gesù.
Mi chiedo, poi, se sia veramente possibile filmare il Vangelo senza cadere in una qualche trappola estetica e didascalica (forse solo Pier Paolo Pasolini è riuscito a mettere su pellicola un Vangelo “politico” è quindi corporeo). Penso all’iconografia classica della crocifissione, ai vari Mantegna o alle pale umbre del ‘300, così semplici eppure così infinitamente tristi e sconsolate. Oppure, al Caravaggio, che la violenza la conosceva anche troppo bene, ed ad un suo quadro, “La cattura di Gesù”, dove tutta la furia è compressa nei corpi massicci e lucenti dei pretoriani e la consapevolezza del sacrificio finale nel volto tragico di Cristo.
17/03/2004
Qui a Francoforte è venuto il caldo, ma dicono che durerà poco. C'è più gente la sera e i ristoranti hanno messo i tavolini sul marciapiede.
I barboni che dormono sotto le vetrine illuminate scherzano di più e sembrano quasi dei campeggiatori arditi, ora che fa più caldo.
Mesi fa è stato tradotto in Italia un gran libro di un autore scozzese, Alexander Trocchi, classe 1925. Il libro si intitola "Young Adam". Più o meno contemporaneamente all'uscita italiana del romanzo, un regista scozzese, David Mackenzie, portava a Cannes un film tratto da questo libro.
Alexander Trocchi è stata una figura complessa e contraddittoria nel panorama letterario europeo degli anni '50 e '60. Fondatore di una rivista letteraria a Parigi, autore di romanzetti pornografici (lo stesso "Young Adam" è una riscrittura di uno di questi romanzi), legato all'Internazionale Situazionista di Guy Debord e a una montagna di intellettuali del tempo, è noto soprattutto per aver sprecato il molto del suo talento in eroina, alcool e cattive compagnie. Sicuramente un uomo che ha vissuto in prima persona le sue battaglie e ha pagato a pieno il prezzo di una vita al limite.
Come dicevo, "Young Adam", è un romanzo molto interessante. Considerato da alcuni un capolavoro (o peggio un cult), risente, a mio avviso, di quella perdita di universalità in cui spesso incorrono le opere nelle quali autore e protagonista tendono a confondersi (in specie gli esordi). Per il resto, si tratta di un romanzo ottimamente architettato che vede al suo centro un personaggio spettrale, che ha perduto contatto con la realtà alla quale cerca di tornare attraverso la ricerca di un'emozione definitiva. Il sesso rappresenta, evidentemente, il primo strumento di questa ricerca. Ma non solo. Joe, questo il nome del protagonista, vuole che le situazioni ambigue (e squallide) in cui ama immergersi si spingano fino al limite, fino al punto in cui qualche lacrima di vita goccioli via dalle esistenze che ama vampirizzare e abbandonare. Joe infatti è uno scrittore frustrato e, non senza un certa dose di déjà vu, si comporta esattamente come tale.
"Young Adam" possiede una struttura che ben si adatta ad una trasposizione cinematografica. Sono sempre stato affascinato dallo scambio ''semantico'' tra letteratura e cinema ed ero curioso di vedere come il regista di questo adattamento sarebbe riuscito a rendere il freddo stream of consciousness con il quale Alexander Trocchi si muove sinuosamente nei meandri dell'anima del suo personaggio.
Purtroppo, "Young Adam" - il film - fallisce proprio dove un adattamento cinematografico dovrebbe brillare. Come un cane terrorizzato dal proprio padrone, il film segue graficamente le vicende dell’intreccio. Per paura di sbagliare (oppure non possedendo il talento per osare soluzioni più sperimentali) il regista si è pesantemente affidato all’esperienza dei suoi attori, soprattutto Ewan Mc Gregor, che attraversa il film come un ombra, seminando sguardi in bilico tra la disperazione e la coolness più ricercata. Il film come opera a se, ha molti meriti, tra cui la fotografia dai colori esangui e una cura del dettaglio notevole per una produzione indie europea. Ma, credo, sia dovere di un autore che si cimenti con un’opera altra quello di smontare l’opera stessa, violarla e re-interprentarla, svelando nuovi punti di vista o gettando ombre dove la luce chiarisce i contorni. Il regista, invece, si è limitato a filmare “il filmabile”, cioè i meri sviluppi della vicenda (molto cinematografica anche) e ha fatto del film un cadaverico, distante stampo del romanzo. Un falso, insomma.
Il romanzo di Trocchi non è un capolavoro, ma emana una luce tutta sua e, se non altro, ci si trova risucchiati nelle pagine dopo poche righe, che non è poco.
Il film, degnissimo, fluttua drammaticamente sul fiume lento ma inesorabile dell’oblio.
Qui moltissime note biografiche su Alexander Trocchi.
15/03/2004
Una settimana fa mi svegliavo a Berlino, sotto la neve. La luce che filtrava attraverso le tende era così bianca e intensa da costringermi a rimanere ad occhi chiusi per qualche secondo. Le città di domenica sono angosciosamente silenziose e Berlino non è da meno. Il silenzio lì è ancora più eloquente.
Condomini come balene. Edifici come lame. Trattenere il respiro.
Di domenica le città sono più amichevoli. Ci si sente dublinesi a Dublino, romani a Roma. A Berlino, la domenica è sacra. Tutto chiude, anche le persone. La metropolitana (chissà come...) è usata da qualche spettro o da qualche turista sgomento. Solo le pasticcierie sono aperte, mi pare, per rispettare il rito della torta tra donne.
Così ci si finisce per offendere, ci si sente respinti, quasi quasi mi infilo in un centro commerciale. Ma non se ne trovano. Il respiro si congela sulle labbra.
Come altre volte nel passato, la stazione - Zoo Station - è un buco nero. Uno cerca di evitarla, ci orbita attorno, per esserne inesorabilmente risucchiato, nelle luci al neon, nei cessi da stazione, nei ristoranti da stazione, negli sguardi velocissimi.
Un pasto lasciato a metà, cameriere non chiedermi se c'era qualcosa che non andasse, sto solo per andarmene.
09/03/2004
Pregiudizialmente visto "21 grams" di Alejandro González Iñárritu. Avevo letto in giro di come questo film fosse una specie di Abel Ferrara al cubo, pessimismo e cattivi sentimenti. E' proprio così, anche peggio, solo che Iñárritu gira molto meglio di Ferrara. Ma Ferrara è Ferrara, e le sue storie sono più compatte e dure.
Davvero, sono rimasto colpito dal lavoro di regia del regista messicano, l'uso espressivo della camera a mano, la scelta pazzesca delle location, inquadrature mai banali. Poi, naturalmente, la recitazione, Benicio del Toro su tutti.
Nulla da dire sotto l'aspetto realizzativo. E' sul respiro del film che ho dubbi. Il film mette in scena delle traiettorie di vita che Dio vuole si incrocino, più o meno volutamente. Sono anche classi sociali diverse ad entrare in contatto (e qui Iñárritu fa della critica sociale anche prevedibile).
Nel corso del film, montato in modo non lineare, succede però che i tre personaggi principali si allontanino sempre di più, come se le poltrone del cinema iniziassero a scivolare lentamente all'indietro e lo schermo diventasse una finestra nella notte. Così la sceneggiatura, interessante "sulla carta", perde forza espressiva mentre si un'ondata di emozioni straborda dallo schermo. Troppe emozioni, tutte insieme. E' come se lo sceneggiatore di Iñárritu (Guillermo Arriaga, lo stesso di "Amores Perros") abbia voluto infilare a forza più film nella stessa pellicola. A me, alla fine, ha annoiato.
Una quindicina di anni fa, Peter del Monte uscì con un film dal titolo "Tracce di Vita Amorosa". Questo film è noto soprattutto per essere l'ultimo di Walter Chari, che recita anche nudo in una, breve, tristissima scena. Uno dei 14 episodi del film, narra la storia di una giovane Valeria Golino che segue per Roma un uomo che porta nel petto il cuore trapiantato del suo fidanzato. L'episodio, se non ricordo male, termina con la Golino che appoggia il volto al sedile di un autobus su cui siede l'uomo, per poter ascoltare ancora il battito del cuore del suo fidanzato.