20/04/2004

International Heartache

please be careful when you are abroad
I mean, when you're a guy and you're in a foreign country
and you meet a woman who catches your fancy
and you take her out wining, dining, and dancing
and you promise the world and that you'll commit
what a load of...
international heartache / you'll get it
international heartache / and regret it
international heartache / what are the symptoms?
it hurts

some of my friends claim they are immune
but I know inside they play a different tune
it's so easy to come down with this ailment
it feels like your heart has collided with pavement
from fifty-thousand feet
smashed at your feet
international heartache / I've had it
international heartache / you know it
international heartache / don't show it
it hurts

I hate to be the lone voice of dissension
you're gonna ruin your life of anal retention
yeah you'll bang your head on the nearest brick wall
and ask yourself how could a guy like me fall
well it's so easy to fall in love
it's so easy to fall in love

in the middle of the night when cats and dogs fight
and you're drunk in a bar and the hotels too far to walk
now you're sharing a cab and it stops at her house
and when she gets out you get out too
cause you did not heed the advice I gave to you
here it comes
international heartache / I warned you
international heartache / don't do it
international heartache / you blew it
international heartache / another statistic
international heartache / this shit's ballistic
there's no hope / for a lovesick dope
like me

Chris Cacavas (da Pale Blonde Hell)

# 12:44 AM

Immaginiamo un uomo di cinquant'anni che ha vissuto di qua e di là per il mondo, ha scritto romanzi e reportage, una roccia d'uomo. Gli viene un infarto, il respiro diventa affannoso, la paura di rimanerci è più forte di quella che un uomo di quel tipo si sarebbe aspettato. Il primo istinto è quello di scrivere. Scrivere un romanzo che parli del sangue e del suo odore. Un romanzo che possieda la stessa urgenza di un'emorragia e che strappi dal profondo tutti i fantasmi che quello scrittore si porta dentro.
Il libro è scritto in un’estate, 196 cartelle dattiloscritte, battute con una furia ipnotica. Poi, lo scrittore sigilla il manoscritto e lo chiude in un cassetto senza mai più rileggerlo. Sette anni dopo, nel 1986, riapre il plico, lo rilegge e muore.

L’uomo di cinquant’anni è Goffredo Parise e il libro è “L’Odore del Sangue”, romanzo in un certo modo “maledetto” nell’ambito della letteratura italiana del ‘900. Sapevo del libro, ma non mi era mai capitato di leggerlo. Poi, mentre ero in Italia, ho appreso che il bravo Martone ne ha tratto un film con Michele Placido e Fanny Ardant.
Del film, mi pare, si dicano cose belle e cose meno belle, di sicuro “L’Odore del Sangue” non è un romanzo di facile trasposizione.
Prima di tutto perché è un romanzo sull’ossessione ed è anche un romanzo ossessivo. L’ossessione è quella di un uomo, uno psicologo, per la propria moglie, una “cinquantenne ancora bella”, la quale si infatua di un ragazzotto di 25 anni, appartenente a quella borghesia fascista e papalina di una certa Roma degli anni ’70. Il protagonista, a sua volta, ha una relazione con una ragazza anch’ella di 25 anni, di cui la moglie è perfettamente al corrente. E’ un gioco al massacro, fatto di lunghe telefonate, reticenze, premonizioni e ricerca della verità sul quale, sin dalla prima pagina, si allunga l’ombra della tragedia. Parise spende pagine e pagine nel cercare di spiegare il punto di vista del marito (o il suo punto di vista?) il quale smonta il proprio rapporto con la moglie pezzo per pezzo per arrivare a comprendere, forse, di non averla mai amata e, anzi, di averne desiderato la distruzione. In questo senso, dicevo, è anche un romanzo ossessivo, perché Parise, non è dato sapere se per sbaglio o volontariamente, ripete interi brani e dialoghi, sempre gli stessi, sempre per ribadire gli stessi concetti.
La struttura del romanzo (efficacissima, considerando le modalità della stesura), mette il narratore/protagonista su un piano più elevato rispetto agli altri personaggi, che prendono vita essenzialmente attraverso i suoi occhi. La sua analisi “dei fatti” è meticolosa e mortalmente egoistica. Con la forza dell’analisi psicologica e l’illusione della verità, ogni sua azione o inerzia è legittimata. Parise ci costringe a prendere parte alle elucubrazioni ciniche e talvolta malvagie del suo protagonista, che, più che affetto da quella narcosi di cui si dichiara vittima, appare essere il vero carnefice non solo della moglie, ma di un intero mondo affettivo e familiare. L’odore del sangue a cui allude il titolo è l’odore della morte. Gli stessi atti sessuali, descritti sempre con dolente avversione, sono atti funerei e di sottomissione. Il Narratore descrive il suo primo incontro con la moglie Silvia, mettendo in risalto l’espressione “ripugnata e ripugnante” della donna. e le gonfie labbra carnose. In effetti, è l’intero mondo del romanzo ad essere concepito come un’estrema, consapevole rinuncia alla felicità. Il protagonista non sa amare e non è amato, neppure dalla madre, che lo sostituisce con un grottesco pupazzo.

E’ difficile, se non impossibile, dire cosa abbia spinto Goffredo Parise a lasciare un tale testamento. Libro imperfetto, ma grandissimo nella sua urgenza espressiva, lascia spazio a una moltitudine di interpretazioni, da quelle psicoanalitiche a quelle più vicine alla biografia dello scrittore.
Attentissima e illuminante, come sempre, l’introduzione di Cesare Garboli che ha curato, insieme a Giacomo Magrini, l’edizione del romanzo.

# 12:42 AM

10/04/2004

Gli uomini sono isole?

# 12:58 PM

05/04/2004

Questa sera ho terminato il quarto libro di Haruki Murakami che leggo di fila. Ho iniziato con "Sputnik Sweetheart", poi "Norwegian Wood", "The Wind-Up Bird Chronicle" e, infine, comprato ieri a Colonia, "South of the Border, West of the Sun".
Normalmente evito gli innamoramenti plateali con gli scrittori che mi piacciono. Con Murakami mi è addirittura difficile riuscire a mettere su carta quale forza misteriosa mi spinga a divorare i suoi libri. Le storie di Murakami sono sempre semplici, anzi semplicissime. Poi, pagina dopo pagina, le cose si complicano, gli strati di realtà si sovrappongono, il fumo si fa più denso e si rimane lì a bocca aperta a chiedersi da dove riesca a tirare fuori certe storie e come riesca ad essere così lucido e efficace su sentimenti come l'amore, la nostalgia, la paura. Perchè è di questo che parlano i suoi libri. Nulla di più. C'è sempre qualcuno che è innamorato di qualcun altro, ma delle forze esterne, spesso "sovrannaturali" o almeno inspiegabili - a volte solo il tempo - si mettono in mezzo per impedire che l'amore trionfi.
I personaggi di Murakami sono sempre straordinariamente normali. Spesso perdigiorno disoccupati, ancora più spesso giovani uomini e donne perduti nelle loro solitudini metropolitane a cui succede, a un certo punto, di innamorarsi. L'amore, e il sesso, sono dei pretesti per cominciare dei percorsi di, come dire, auto-scoperta di se stessi. Poi l'amore, o più spesso, la persona amata, scivola via, scompare - letteralmente - o muore, semplicemente e più crudelmente. Così i romanzi di Murakami, soprattutto "Sputnik Sweetheart", "Norwegian Wood" e "South of the Border, West of the Sun" proseguono a vista nel mare dei sentimenti. Nessuno sa mai esattamente cosa fare e quando finalmente fa qualcosa, sbaglia.
E' stato detto che la letteratura di Murakami è molto poco giapponese. Non so dire, sicuramente i suoi riferimenti culturali spaziano dalla letteratura americana (ha anche tradotto Carver, Capote e Scott Fitzgerald in giapponese) alla musica lirica e classica e al jazz (la musica ha un ruolo decisivo nelle sue pagine, "South of the border" è il titolo di una canzone di Nat King Cole). "Norwegian Wood", il suo romanzo più noto, è ambientato in una Tokio scossa dai movimenti studenteschi del '68. Ma potrebbe essere Parigi o Roma, visto che il suo personaggio vive questi eventi marginalmente, quasi con fastidio, per concentrarsi unicamente sul suo mondo interiore. In "South of the border" il protagonista apre un jazz bar, guida una BMW e ascolta Liszt.
Sicuramente il mondo dei personaggi di Murakami è costituito da outsiders, da gente non inquadrata, in un paese, il Giappone, dove l'inquadramento sociale è tutto. Non sono dei drop-out però, Murakami non subisce il fascino di una certa tradizione cinematografica e letteraria americana che esalta gli spostati, i fuorilegge e quelli che sono capaci di sputare in faccia al sistema.
I suoi personaggi passano molto tempo da soli a pensare su un divano, a prepararsi un caffè, ad ascolare musica e leggere. Sono spesso gli eventi esterni - eventi quasi sempre irrazionali e spaventosi, qui, credo l'aggancio con la tradizione giapponese - a trasformare questi eroi pensosi in qualcosa di nuovo, di diverso, di simbolico e anche metafisico.

"The Wind-Up Bird Chronichle" possiede la magica leggerezza e la profondità da vertigine di un capolavoro. E' così sottile e straniante che si rimane impigliati come mosche nella tela del ragno. Un libro che inizia con un gatto scomparso per finire, 600 pagine dopo con un addio tra una ragazzina di 17 anni e "Mr. Wind Up Bird", l'ineffabile protagonista. In mezzo c'è di tutto - ma davvero di tutto - compreso un bel pezzo di seconda guerra mondiale sconosciuta ai più, cioè l'invasione giapponese della Manciuria. Le mille storie che scendono come rivoli dalle pagine di questo romanzo possiedono la stessa forza che hanno le favole sui bambini. E si finisce per sognarle.

# 12:32 AM

03/04/2004

Il mio non arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E’ scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
è avviata verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituita
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro qualcuno
che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro.
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva

L'insieme restava al suo posto,
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E’ avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Che sonorità queste piccole parole.

(Wislawa Szymborska)

# 12:13 AM

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