18/08/2004

Peter Saville su Wallpaper*:
Peter, which people would you like most to dine with, and why?
Hogarth, for his view on today, Tamara de Lempicka for the experiences in Marseilles, Napoleon, for his advice on places to stay in Elba, Danton, for revolutionary talk and de Sade after Dinner.
(Peter Saville è un designer grafico che, tra le altre cose, ha disegnato anche la copertina a dx).
07/08/2004

"Colpo di Luna" di Georges Simenon, ultimo dei romanzi non maigrettiani pubblicati da Adelphi, è un'altra sfavillante architettura narrativa che Simenon progettava e metteva in opera con poco sforzo e sbuffante naturalezza.
Questa volta, però, lo scenario non è la sonnacchiosa provincia francese ma l'Africa coloniale dei "negri dall'odore acre" e dagli occhi bianchi e impenetrabili. Come il Marlow di "Cuore di Tenebra", anche il protagonista di questo romanzo si lascia invischiare dal soporifero tepore emanato dai luoghi, dal troppo whisky e da una donna bianca.
Il romanzo ha il passo di un lungo sonno agitato, al cui risveglio ci si ritrova nudi e disperati, con le lenzuola appiccicate alla pelle umida di sudore. Il giovane Joseph, 23 anni e troppa ingenuità, che "faceva ridere anche i boy che lo servivano a tavola", tenta la fortuna in Gabon. Appena sbarcato dalla lancia che lo abbandona nel frastuono di una calura permanente, finisce a letto con la propietaria dell'unico albergo e ritrovo per bianchi della città, Adèle La donna, nero vestita e dalle carni molli e succulente, lo risucchia in quell'inedia mentale di cui sembrano soffrire tutti gli abitanti bianchi della città, naufraghi della vita, abbrutiti dall'alcool e dalla loro condizione di coloni.
Il ragazzo si lascia coinvolgere in un affare poco chiaro e la donna, con un delitto da nascondere, lo trascina nel cuore della foresta, lì dove l'Africa si fa ancora più impenetrabile e oscura e dove Joseph non saprà più opporgli resistenza.
Con la sua solita parsimonia linguistica, il Simenon di "Colpo di Luna" riesce ad evocare un mondo malsano e crudele, nel quale l'uomo bianco è rappresentato come un'escresenza virale che succhia la vita ad una terra di cui ha orrore (l'orrore, l'orrore...) e da cui viene ineluttabilmente fagocitato. Il povero Joseph, personaggio tipicamente simenoniano, con i suoi dubbi e la sua vocazione all'auto-distruzione, si lascia inebriare dalla sensualità ferale di Adèle (o dell'Africa, le due figure "femminili" si sovrappongono). Simenon lo conduce su un percorso di purificazione che, come, di nuovo per il Kurtz di Conrad, non può che sfociare nella lucida follia di chi ha veduto "la fine della notte" e non può più tornare indietro.
05/08/2004

Brussels.
04/08/2004
E per la serie, l'omicidio perfetto...
Sui perchè dell'aeroporto di Fiumicino
1) Perchè i bagagli ci mettono sempre minimo 30 minuti ad essere sputati sul nastro trasportatore?
2) Perchè, unico aeroporto in Europa, tutti i poliziotti sfoggiano mitra e pistola spianate, e ti guardano basco sulle ventitrè e sigaretta in bocca?
3) Perchè bisogna pagare un euro per avere un carrello per le valigie, che se arrivi, non dico dalla Cina, ma da Londra e non c'hai spicci, inizi a bestemmiare in due lingue?
4) Perchè fuori dagli arrivi si è aggrediti da un manipolo di loschi figuri, "tacsssi pe' Roma, te' faccio lo sconto", "tacsssi, sir", "no guardi mi vengono a prendere", "a mejo così allora".
5) Perchè non esistono sale o aree fumatori? Non è raro scorgere con l'occhio ombre furtive seguite da una nuvoletta di fumo, che cercano di nascondersi tra i cessi e gli sgabuzzini delle pulizie.
6) Perchè mentre aspetti che ti vengano a prendere, bisogna assistere a spettacoli pietosi, tipo: taxisti abusivi che si menano oppure automobilisti che appena arriva il vigile fanno tre metri e quando quello gli bussa al vetro, piagnucolano che la figlia sta arrivando da Lourdes.
7) Perchè tutti i voli per Milano partono con 45 minuti di ritardo?
03/08/2004
Delle due ore di Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, il film da vedere quest'anno, il film premiato a Cannes con una Palma d'Oro e che sta influenzando il destino politico di una nazione, credo si salvino - da un punto di vista cinematografico - solo i pochi minuti della sequenza dello schianto degli aerei contro le torri del WTO. Lo schermo è nero, l'audio altissimo e atroce, l'esplosione e poi le grida. Alcuni primi piani sui volti di pietra di qualche testimone e migliaia, miliardi di pezzetti di carta che lentamente ricoprono le macerie come neve pietosa.
Il resto del film è un fallimento intellettuale e politico, nel senso che l'accanimento del regista verso l'amministrazione Bush e verso Bush stesso è talmente virulenta, che ci si chiede dopo pochi metri di pellicola quanto di quello che vediamo non sia una nuova forma di propaganda di sinistra. Dal suo sito, Moore difende le sue accuse definendo le fonti del film come incrollabili e verificate all'eccesso. Non entro nel merito che quanto venga affermato sia veritiero al 100%. Molti legami tra società USA e saudite erano già noti e l'11 settembre sta comunque lì a testimoniare il fallimento di un'intera struttura politica (pre-Bush anche) e d'intelligence (come sancisce anche il recente report rilasciato dalla Commissione aperta sull'evento).
Ciò che infastidisce sono i continui coup de théâtre demagogici che Moore sciorina con mestiere. Immagini lacrimogene, effetti scenici che, come ho detto, non esito a definire bassa propaganda. La mamma del soldato morto in Iraq che si commuove mentre legge l'ultima lettera del figlio. I bambini iracheni martoriati dai colpi dei marines USA. Per condannare l'invasione dell'Iraq, arriva addirittura a mostrare sequenze di una Bagdad idilliaca, dove ragazzini corrono felici inseguendo un pallone. Ora, che la guerra di Bush sia una sporca guerra, non è un mistero per nessuno. Così è sempre stato, e non è certo Moore che deve venirci ad illuminare con la sua retorica da Mac Donald. Pur riuscendo perfettamente nell'intento di ridicolizzare un già nato ridicolo Bush e la sua corte, il film fallisce proprio nella capacità di essere veramente incisivo. "Bowling For Columbine" riusciva a mettere a fuoco un "fatto" e ad esaminarlo da più punti di vista, risultando in un feroce operazione culturale e critica contro la società americana. Fahrenheit è invece un fuoco d'artificio di lazzi e scherzi che spinge troppo sul registro del ridicolo e dello sberleffo. Il film deve fare breccia, secondo Moore, e deve penetrare negli strati profondi del popolo americano. Quello dei villaggi sperduti nel Middlewest e delle casalinghe guerrafondaie, dei meccanici polverosi e dei predicatori da supermercato. Non importa che il documentario non arrivi a delle conclusioni, che si contraddica in alcuni punti, l'importante è demolire l'immagine pubblica di un presidente e della sua amministrazione. Per queste ragioni ho trovato il film grossolano e approssimativo nei contenuti (che pur condivido, ma questo è un altro discorso) e stilisticamente molto inferiore ai due precendenti lavori di Moore.
Su Slate un articolo "politico" altrettanto aggressivo contro Moore e il suo film.
01/08/2004
Tre giorni fa il buon Luca Sofri ha segnalato un'articolo di Sandro Viola apparso sulla Repubblica off-line. Si tratta di un lungo, divertente, ironicamente snob resoconto di viaggio da una delle città che conosco meglio in Europa e che amo di più, Helsinki. Il pezzo è ricchissimo di riferimenti alla storia della città e ai vari personaggi (anche italiani) che l'hanno incrociata. Ma è soprattutto un bellissimo articolo su una città che sta proprio "sulle nuvole" e che pochi conoscono.
Ho l'impressione che, mettendolo qui sul mio blog, infrango qualche migliaio di regole sui diritti d'autore e via dicendo, per cui, prima che qualche avvocato mi scriva lettere minacciose, questa è la mia email: lfiandesio [at] yahoo.com. Lo levo, se devo.
CARO G., eccoti la quadratura del cerchio, la vacanza ideale. Non il mare con la sua irrimediabile volgarità, non la montagna con la sua inevitabile monotonia, bensì qualcosa tra mare e montagna con in più le attrattive e i piaceri d'una piccola capitale. Sì, a Helsinki sto trascorrendo giornate deliziose. Ovunque giro lo sguardo, mare e vele di yacht: ma 22-23 gradi a mattino inoltrato, 15-16 la sera, e mai un'umidità.
Il che vuol dire gabardine (gabardine di lana) sino alle 4 del pomeriggio, e grisaglie complete di gilè all'ora dell'aperitivo. Niente caldo e Lacoste sudate, dunque, niente maglioni e scarpe grosse, ma veri vestiti, vere camicie, e cravatte da cambiare due volte al giorno: che è ormai il solo modo d'andare in giro, come ti ripeto da qualche anno, per la gente della nostra età. Un pullover, comunque, l'avevo messo in valigia, e mi serve per quando vado in battello a far colazione in una o un'altra delle isole disseminate nella baia.
Dirai che sono troppo prevedibile, povero di fantasia, in questo mio migrare un luglio dopo l'altro verso i mari freddi. E forse è vero, forse si tratta d'una coazione a ripetere. Ma fuggire dall'estate italiana per ritrovarne la stessa feroce bruttezza tra le Baleari e l'Egeo, questo no. A Nord, quindi, sempre a Nord. Lontano, tra l'altro, dai dolori di cui grondano d'estate i nostri giornali. È vero, le fotografie di Lucia Annunziata si sono fortunatamente rarefatte: ma ce n'è a fiumi di Totti, Prodi e Pecoraro Scanio, di Schifani e Vissani, di La Russa e Sandro Curzi abbronzati, delle feste per La misteriosa fiamma della regina Loana, dei Briatore, Caltagirone e Montezemolo. Per non parlare della stretta al cuore - la stessa che provavo da bambino a vedere i mangiatori di vetro, di ferro e di fuoco - , con cui seguo gli editoriali d'un paio di nostri amici: quei loro sforzi disperati per cavare un qualche senso dalla vita politica italiana, la più insensata, ridicola del mondo.
Ma torniamo a Helsinki, la "piccola capitale" che avevo cominciato a descriverti. Già l'aria, in cui si mischiano il fresco di Cortina e la salsedine delle spiagge sarde: già il colpo d'occhio sul Golfo di Finlandia con il verde cupo degli abeti, il bianco delle vele e il blu quasi mediterraneo del Baltico, basterebbero a proclamarne la gloria. Ma di paesaggi marini a temperature montane ne ho già conosciuti, nelle mie estati al Nord: le Ebridi, l'Irlanda settentrionale, le Orkney, le isole e i fiordi norvegesi. Mentre ad Helsinki c'è di più, e proprio quel che m'era mancato gli anni scorsi, te l'ho detto, sulle coste degli altri mari freddi: coste aspre, primitive, l'hotellerie spartana: e perciò stupende come natura, ma avare, troppo avare di piaceri per il corpo e distrazioni per la mente.
Perciò ad Helsinki è diverso. Qui c'è per esempio il ristorante Savoy, disegnato da Alvaar Aalto, sulla cui terrazza pranzare in queste sere interminabili del Nord. Verso le dieci il sole perde finalmente forza, illanguidisce, e subentrano le luci che si vedono nei bei paesaggi serotini dei pittori scandinavi di fine Ottocento: il danese Kroyer, il norvegese Dahl, il finnico Edelfelt. Ai rosa e agli arancioni del cielo si sovrappongono a poco a poco le prime pennellate di grigio, i gabbiani entrano d'infilata sui due viali dell'Espanadi, dal mare giunge smorzato il clacson d'un rimorchiatore. Due piccole nubi bianche, una dieresi, si sono fermate sull'isolotto con la villa russa d'epoca zarista che adesso funge da Yacht club. Il tempo di bere gli ultimi sorsi del Sancerre, di chiedere il conto, e la baia di Helsinki si fa perlacea. Il buio sopravverrà soltanto tra un paio d'ore.
Sì, belle serate. Aggiungivi che al Savoy la cucina è eccellente, e che il luogo trabocca di memorie. Mannerheim prima di tutto (e infatti c'è ancora un "menu del Maresciallo"), nei ritorni dal fronte della Carelia l'inverno '39-'40, quando tu Balilla e io Figlio della lupa sventolavamo al sabato fascista le bandierine finlandesi. Ricordi? Ad altri bambini la guerra tra il Golia russo e il Davide finnico suscitava fantasie avventurose, pensieri eroici, lunghi giochi con i soldatini: tu ed io eravamo incantati invece, guardando le foto dell'Illustrazione italiana, dall'eleganza delle uniformi, dei colbacchi e delle decorazioni che Mannerheim si disegnava da sé stesso. Ma il Savoy non è solo il Maresciallo. Nel '43 ci andava anche Malaparte, e quel che ne è venuto fuori lo sappiamo: la falsa Helsinki, i falsi resoconti di guerra, i falsi dialoghi di diplomatici, il falso tutto di Kaputt. Nell'immediato dopoguerra vi si vedeva ogni tanto Andreij Zdanov, proconsole sovietico in Finlandia. E infine ecco Guido Piovene, il suo occhio infallibile, la sua lingua inimitabile, durante il periplo dell'Europa semilibera nel '69.
È chiuso per restauri, purtroppo, l'hotel Torni, dove all'ultimo piano c'è l'Ateljee baari, il bar che avevo adorato nelle mie precedenti visite ad Helsinki. Così, prima d'andare a pranzo al Savoy o al Sundeman (uno dei più bei ristoranti di tutta Europa, casa del Settecento, soffitti affrescati, mobili antichi), mi fermo quasi sempre al bar del Kamp. Il Kamp era attorno ai Quaranta l'albergo più lussuoso di Helsinki: nel dopoguerra ne fecero una banca, ma cinque anni fa l'hanno resuscitato ponendo uno scrupolo ammirevole nella ricostituzione degli spazi, negli arredi, nel restauro della magnifica scala in marmo scuro. E il bar, nonostante vi officino diligenti anche due ragazze (quando vedo donne dietro un banco di bar, lo sai, mi spazientisco), è molto piacevole. Montanelli non beveva alcool forti, mi pare, ma certo vi s'aggirava la sera quando abitò al Kamp durante la guerra russo-finlandese.
Quante spie, per cinque o sei decenni, al Savoy, al Torn e al Kamp. Spie inglesi, francesi, italiane, tedesche, rumene, giapponesi e sovietiche sino al '45, e dal '45 all''89 sovietiche e americane. Forse soltanto nella Lisbona neutrale di Salazar si mossero, fra la vigilia e la fine della Seconda guerra mondiale, altrettanti agenti segreti di quelli che si sfiorarono nei bar e ristoranti di Helsinki, controllandosi a vicenda, dal 1917 al 1989: dalla rivoluzione russa sino alla fine della Guerra fredda. Situata nei Venti e Trenta tra fascismi e bolscevismo, e dal '45 in poi sulla frontiera tra mondo libero e Unione Sovietica, questa capitale del solo paese, purtroppo, in cui le Guardie Bianche al comando di ufficiali zaristi avevano sgominato la truppa bolscevica, svolse infatti un ruolo decisivo nelle attività di spionaggio dei due campi.
Prima con la Ceka di Drzezinskij che sorvegliava i piani di riscossa degli émigrés, mentre Sidney Reilly (alias Mario Massino o George Constantine), il più avventuroso e ambiguo tra tutti gli agenti dell'Intelligence Service, ordiva l'attentato della Kaplan a Lenin e un altro, non riuscito, a Trotskij. Più tardi ecco gli italiani e i tedeschi, giunti assai vicini ad organizzare nei Trenta un forte movimento fascista, il Lapua, fronteggiati da quella che intanto era divenuta la Ghepeù. Infine la Guerra fredda con la scena dominata dalla Cia e dal Kgb, e tre o quattro casi clamorosi (l'affare Golytsin, per esempio, o l'operazione Pekka montata dalla Stasi) di agenti che passavano armi e bagagli, cifrari e liste d'informatori compresi, da un campo all'altro.
Vedi com'è diversa dalle altre mie fughe al Nord, questa vacanza a Helsinki? La memoria si mette in moto, ritrovi eventi e nomi dimenticati, entri nelle librerie a cercare un lume, un puntello, per il po' che resta di quanto un tempo sapevamo. E non é tutto, perché la "piccola capitale" riserva altre sorprese, altre distrazioni. Non ti parlerò del paio di belle mostre, pittori russi della Tetryakova e francesi del museo di Lille, aperte in questi giorni. Mi soffermo però su un'esposizione straordinaria, un vero colpo di genio, in corso a villa Karamzin: la kombinatsija sovietica. Vale a dire il dessous del socialismo reale, la biancheria intima in Urss dal 1920 all''89. Un altro squarcio impressionante, forse uno dei più impressionanti, su quella che fu la vita nel "paradiso dei lavoratori".
Che senso di desolazione, infatti, alla vista di queste calze, sottovesti, mutande e panciere. Tessuti grossolani (quando non è una plastica che somiglia a quella dei sacchetti da supermarket), e due soli colori: bianco o azzurro slavato. Tagli monacali: non ci sono slip femminili, infatti, ma solo culottes che montano sino allo sterno e in giù arrivano a metà della coscia. Per l'inverno, mutande lunghe da uomo e donna in due soli modelli e tessuti: modelli e tessuti che nessuno in Occidente, neppure nelle periferie più disgraziate, avrebbe mai indossato. Quanto ai reggiseni - le cui dimensioni rievocano le donne grasse, sfatte, senza più un'ombra di femminilità, che vedevamo spalare la neve a Mosca o a Leningrado - , sono così spessi e rigidi che ti domandi se dovessero servire alla loro funzione precipua, o anche - più o meno come fanno i cilicii - ad un'espiazione o ad un memento mori. Insomma, le prove schiaccianti dell'umiliazione, della repressione, del disprezzo per l'essere umano, che furono tipici d'un sistema politico per altro venerato da molti dei nostri maitres à penser ancora saldamente in carriera.
Dimmi tu dov'è che avrei potuto imbattermi in una sorpresa come questa del combiné comunista, nell'agghiacciante rivelazione di com'erano le mutande russe tra Stalin e Gorbaciov: a Porto Rotondo, a Capri, a Cortina? No, da quelle parti avrei al massimo incrociato la Marzotto, il calzaturiero Della Valle o Montezemolo, e magari bevuto un caffè con Emilio Fede. Benedetta Helsinki, dunque, e l'impulso che mi ci ha condotto.
Il fatto è che la "piccola capitale" va girata, osservata, scoperta. A Helsinki ero infatti venuto non so quante volte tra i Settanta e gli Ottanta, ma senza quasi accorgermi delle sue grazie. È vero che a quel tempo dovevo fare il mio lavoro di giornalista: le conferenze internazionali, le tappe degli Accordi di Helsinki, certi incontri di vertice Est-Ovest (qui vedemmo per la prima volta l'ilare Gorbaciov nelle vesti di Segretario generale del Pcus), e la noia era talmente profonda, soffocante, che non vedevo l'ora d'attraccare ad un banco di bar.
Altre volte vi capitavo lasciando la Russia da Leningrado, e con un breve viaggio in treno venivo a prendere - dopo una notte in albergo - un volo Finnair, evitando così di montare su un aereo dell'Aeroflot puzzolente di creolina, le poltrone sfondate, il cibo ributtante. Ma, certo, la città la conoscevo poco. Davo sempre un'occhiata alla parte russa costruita al tempo dei tre Alessandro in quello stile neo-classico che i russi chiamano Impero, coglievo qua e là una sagoma dello scabro Jugend finlandese, notavo gli edifici più riusciti dell'architettura "funzionalista". Andavo spesso a rivedere il piccolo parco, in pieno centro della città, dove ci sono i monumenti alle Guardie Bianche e ai tedeschi dello Jaeger Korps che le sostennero nelle battaglie contro i Rossi. Ma la maggior parte del tempo la passavo, tutto sommato, al bar del Torni.
E infatti non avevo mai visto la casa-museo di Gustaf Mannerheim, anche se a suo tempo non m'ero certo perso il paio di belle pagine che Piovene le dedicò nel capitolo finlandese dell'Europa semilibera. Ma stavolta l'ho visitata, la casa del barone e Maresciallo, restandone avvinto. Intanto il quartiere, Kaivopuisto, uno dei pochi scorci superstiti dell'armonia europea: le grandi dacie russe, le ville Jugend, le piccole strade alberate d'olmi o di betulle, e tutt'intorno il blu del mare. Dopo un vialetto in salita si giunge alla casa-museo, e lì ho capito come fossero giuste le strade su cui ci guidava, nella nostra infanzia, l'istinto: quanti giusti motivi avevamo per incantarci dinanzi alle fotografie di Gustaf Mannhereim.
Perché nei due piani della casa non aleggia solo la memoria del padre della patria, l'ex colonnello dei Chevalier Gardes, il reggimento della Zarina, che in un quarto di secolo guidò per ben tre volte la carica delle sue truppe contro i comunisti russi. Ci sono anche le testimonianze d'un grande viaggiatore, d'un lettore di buoni libri, d'un connaisseur di cibi e vini (come testimoniano, ben ordinati nelle teche, i menu dei suoi pranzi): e più attraenti ancora, ci sono le foto d'un gentiluomo sempre magnificamente vestito, in alta o bassa uniforme, in tenuta da caccia o da pesca, in frac, in abito di lino bianco l'estate o in pantaloni alla zuava nelle passeggiate svizzere. Insomma, una suprema eleganza.
Non vorrei chiudere questa lettera su una nota mesta. Ma uscendo dalla casa del Maresciallo tra le betulle di Kaivopuisto, mi sono venuti in mente gli uomini di Stato che passa adesso, ovunque, il convento: e me n'è derivata una malinconia. Perché malgovernati, pazienza: ma malgovernati da gente malvestita, questo è davvero troppo.

Folla ordinata. Folla caciarona. Folla guardona, sudata, "che ce venite a fa' se dovete parlare", due euro 'na bottijetta d'acqua, 'ammazza quanti stranieri. I poliziotti con le magliette dei metallica e il distintivo che penzola sul petto, come 'er Monnezza. I carabinieri molto eleganti. La luna piena sul Colosseo, che cambia colore dopo ogni canzone. Naso all'insù, 'anvedi che culo quelli sulle terrazze. Che bello tornare a Roma. Che bello sentire il boato della gente quando Simon e Garfunkel cantano "And in the naked light I saw, ten thousand people maybe moooore...", esattamente come al concerto del Cental Park.