20/11/2004
Ehi, mi ero riproposto di non tralasciare questo blog. Proprio come terapia. Allora forse sto male? Ho finito il libro della Hustvedt, poi ne parlo.
12/11/2004

Due giorni fa il Metropolitan Museum of Art di New York ha acquistato da un privato un piccolo dipinto di Duccio di Buoninsegna. L’opera, una "Madonna con Bambino", nota come "Madonna Stroganoff", è dipinta a tempera ed oro su legno ed ha piccole dimensioni.
Apparteneva agli eredi dell’industriale belga Adolphe Stoclet e da circa 50 anni si attendeva che venisse messa in vendita. Christie’s di Londra ha curato la trattativa con il MET, che si è chiusa su una cifra di circa 45 milioni di dollari (alcuni parlano di 50). Si tratta della più costosa acquisizione del museo americano, che supera di gran lunga il precedente record di circa 20 milioni di dollari spesi per un Jasper Jones.
Quest’opera di Duccio, databile attorno al 1300, rappresenta l’inizio di una nuova era per la pittura senese e, anche, occidentale. L’esplorazione di nuove forme espressive, meno codificate e sempre meno legate ai formalismi bizantini, portano il pittore toscano ad avvicinarsi ad un mondo emozionale e lirico totalmente nuovo. La sensibilità ai colori, l’algida sensualità dei drappeggi, una tensione interiore tangibile e potentissima sono gli elementi portanti di questa piccola opera, che segna anche l’inizio dell’influenza di Giotto sulla visione spaziale di Duccio.
Di Duccio di Buoninsegna ci sono arrivate diverse informazioni, soprattutto di carattere giuridico. Era noto per una certa turbolenza e per una reticenza nel pagare i suoi conti. Ironia della sorte, quando morì a San Quirico, i sei figli rifiutarono l’eredità poichè gravata di troppi debiti.
11/11/2004
Non guardo la televisione da due mesi, neanche più televideo che tanto si vede male dove sto ora.
08/11/2004
Come farei senza internet? Oggi ho trovato:
1. un bootleg spaziale con Bob Dylan e Neil Young del 1988 (#)
2. il film di Robert Frank del '72 sugli Stones, "Cocksucker Blues", che cerco da circa 75 anni (#)
3. una collezione di canzoni di Nat King Cole tutte in spagnolo, tra cui "Quizás, Quizás, Quizás", che faceva parte della colonna sonora di "In the mood for love" (#)
Cosa farei senza internet? Uscirei di casa...
07/11/2004
Leggo sul "Venerdi" della Repubblica l'intervista di Curzio Maltese a Paolo Conte, che pubblica in questi giorni il suo nuovo disco di inediti, "Elegia". Maltese chiede a Conte, parlando di cinema, cosa ne pensi dell'uso di una sua canzone, "Sparring Partner" nell'ultimo film di François Ozon, "5X2", "la cosa migliore del film", secondo Maltese.
"5X2 Cinq fois deux" è un film freddissimo e geometrico. Cinque episodi nella vita di una coppia qualunque, cronologicamente invertiti. Si parte dal divorzio, il primo figlio, il matrimonio e, naturalmente, il l'incontro su un'affollata spiaggia della Sardegna. Ozon, più che un film, disegna un'architettura dei sentimenti, una cattedrale dalle alte campate e dagli angoli oscuri. La scelta di mostrare solo cinque episodi di questa coppia votata alla distruzione non permette di affondare lo sguardo nella psicologia dei personaggi, che scivolano come fantasmi impacciati lungo un binario di apparente ineluttabilità.
Mostrandoci sin dall'inizio l'epilogo squallido di una storia d'amore, il film prende una piega malsana. Ogni immagine, anche di felicità, è contagiata dalle parole dell'avvocato che sentenzia il divorzio ad apertura di film. Non è dato sapere cosa si muove nei cuori dei protagonisti, cosa li spinge a comportarsi in modo così lesionistico. Ozon, anche con tocchi di ironia leggera (come l'uso di canzoni italiane degli anni '60), si limita a rimanere al di là dello specchio. La vita, spesso, è inspiegabile e il rapporto di una coppia non segue regole chiare, ma è un'improvvisazione continua e, come tale, può commuovere di gioia ma anche di dolore.
Magnifici i due interpreti, Valeria Bruni Tedeschi e Stéphane Freiss.
Alla domanda sul film, Conte risponde: "Non lo sapevo. Ogni tanto ne prendono una, senza dirmelo".
"Sparring Partner", Paolo Conte
È un macaco senza storia,
dice lei di lui,
che gli manca la memoria
infondo ai guanti bui…
ma il suo sguardo è una veranda,
tempo al tempo e lo vedrai,
che si addentra nella giungla,
no, non incontrarlo mai…
Ho guardato in fondo al gioco
tutto qui?… ma - sai -
sono un vecchio sparring partner
e non ho visto mai
una calma più tigrata,
più segreta di così,
prendi il primo pullmann, via…
tutto il reso è già poesia…
Avrà più di quarant’anni
e certi applausi ormai
son dovuti per amore,
non incontrarlo mai…
stava lì nel suo sorriso
a guardar passare i tram,
vecchia pista da elefanti
stesa sopra al macadàm…
04/11/2004
Vedere Tony Leung Chiu Wai e soprattutto Maggie Cheung, i due interpreti stellari di "In the Mood for Love" e "2046" nei panni di ineffabili spadaccini cinesi del III° secolo AC fa una strana impressione. Sto parlando di "Hero", il film di Zhang Yimou uscito con due anni di ritardo in "occidente". Metafora sulla Cina moderna o favola politica, il film è sicuramente un capolavoro produttivo. Costumi, scenografia, coreografie e fotografia sono a un livello tale di meticolosa perfezione da lasciare indietro, e di molto, qualunque blockbuster americano (una scena su tutte, l'attacco con le frecce alla scuola di calligrafia, che ricorda tanto la sequenza chiave di "Trono di Sangue" di Kurosawa).
L'intera vicenda è una "storia raccontata tre volte" da un assassino al proprio re. Ogni volta il racconto varia prospettiva, per arrivare, in fine, alla verità. Non c'è ambiguità, come in "Rashomon", a cui "Hero" mi sembra si ispiri per quanto riguarda la costruzione narrativa composta di flashback. Malgrado la vicenda sia regolarmente intervallata da combattimenti di arti marziali visivamente straordinari (stile wuxia, cioè cappa e spada made in China) , il ritmo interno della pellicola è contemplativo e dilatato. La macchina da presa, quando non impegnata in mirabolanti acrobazie, è sempre molto vicina ai volti degli attori, che spesso tacciono immobili, raccogliendo la tensione nervosa che esplode poi nei combattimenti-balletti più psicologici che fisici (non a caso, il primo combattimento avviene proprio nella testa dei due guerrieri).
Ognuna delle quattro parti del film è caratterizzata da un colore differente (rosso, blu, verde e bianco). Il lavoro del direttore della fotografia, Christhpher Doyle, è egregio. I colori vividi e violenti dei costumi, ma anche e soprattutto di una natura iper-realista, fanno da contraltare ad una vicenda cupa, costruita attorno al concetto di vendetta. La scansione della narrazione per colori, anche se può apparire di maniera, è in questo caso efficacissima perché da forma e dimensione ad eventi soprannaturali, caratterizzandoli fortemente e aumentandone la sensibilità e la percettività.
"Hero" è un grande spettacolo, un gigantesco assolo autoriale per Zhang Yimou, che si è messo alla prova con un genere non propriamente nelle sue corde, vincendo, mi pare, la scommessa.
02/11/2004
Chi si ricorda di "Smoke"? Uscito nel 1995, scritto da Paul Auster e diretto da Wayne Wang. Film di discreto successo e furbescamente understatement, raccontava la storia di un tabaccaio filosofo di Brooklyn (Harvey Keitel) e di uno scrittore col complesso del foglio bianco (William Hurt).
Tra i molti rivoli narrativi, ce ne era uno bizzarro. Auggie, il tabaccaio, da 30 anni fotografa dallo stesso punto di osservazione l'ingresso del suo negozio di sigari. Ogni mattina mette la sua reflex su un cavalletto, si sposta di una cinquantina di passi e scatta. Facce, movimenti, cambiamenti di luce, cambiamenti epocali. Ogni giorno una foto, meticolosamente conservata in uno dei grandi album con sopra l'indicazione dell'anno.
Anni fa, circa 10, comprai una web-cam di seconda mano. Era rotonda e in bianco e nero. Pensai che sarebbe stato interessante farmi una foto ogni giorno. Andai avanti per un mesetto. Ogni mattina mi alzavo e prima di ogni altra cosa, mi inquadravo la faccia attraverso un software rudimentale e mi cliccavo. Le foto dovrei averle su qualche cd di backup.
Tutto questo per dire che ho trovato dei photo-blog davvero belli. Esiste anche un sito che li censisce. I mii preferiti, per ora, sono questo e questo.
01/11/2004
Mi ha lasciato un certo sconcerto l'apprezzamento incondizionato che ha ricevuto il film "Eternal Sunshine of the Spottless Mind" (Se mi lasci ti cancello) . Alcuni critici, anche di ben nota rigidità, non hanno esistato a spendere parole dorate per questo film, a mio avviso, leggero come l'aria d'autunno.
L'ho visto già diversi mesi fa a Helsinki e poco mi era rimasto di questa storia carina carina, ma troppo vacua per le mie corde. Ora, tra critici affermati, star-blogger e gente sull'autobus tutti sembrano essersi innamorati di questo delirio controllato del solito Kaufman.
Così come era successo in precedenza con "Memento", forse la pellicola più sopravvalutata degli ultimi 50 anni (meno male non da tutti), quando c'è di mezzo la memoria e le sue distorsioni - e quando c'è spazio anche per girare la storia all'indietro, via - ci si mette subito a gridare al capolavoro.
"Eternal Sunshine" ha qualche merito, soprattutto la fotografia e la recitazione tutta compressa di Jim Carrey. Poi troppi alti e bassi, tutta la parte centrale è piuttosto noiosa, per finire con un romanticismo molto telefilm americano anni '80.
No, non credo di sbagliarmi. Sicuramente è apprezzabile il virtuosismo autoriale di Kaufman (che alcuni con insollecitata benevolenza paragonano a Chris Marker), ma anche questo film, ahimè, soffre in maniera evidente di quell'egoismo tipico di operazioni fabbricate "a tavolino", dove grandi talenti - o presunti tali - si mettono a giochicchiare con storie che fanno sussultare solo i cuori semplici e riempiono i sensi con audiovisioni prodotte guardando da un'altra parte.
PS. Era un pezzo che la distribuzione italiana non si proponeva in un exploit di questo tipo, evidentemente avevano paura di spaventare qualcuno con quel titolone. Comunque, il titolo originale del film è preso da una poesia di Alexander Pope, "Eloisa to Abelard", che a me pare bellissima e struggente.
E' qui.